Analisi del Mein Kampf

Ho deciso di leggere questo mattone assurdo, giusto per farmi un’idea precisa del pensiero di Hitler e un po’ di cultura storico-politica. Quello che mi ha scioccato fin da subito è che sono d’accordo con molte cose che ha scritto, e non mi sembra per niente che Hitler fosse il pazzo che ci descrivono a scuola. Era solo un po’ stronzo, ma pazzo no davvero. L’intelligenza c’era.
Questi sono i pezzi che mi hanno colpito di più. 

 "Si pensi, di quali pietosi elementi siano composti, in generale, i cosiddetti «programmi di partito», e come di tempo in tempo vengano spolverati e rimessi alla moda! E' necessario porre sotto la lente d'ingrandimento i motivi essenziali delle «commissioni per il programma» dei partiti, soprattutto borghesi, per bene intendere il valore di questi aborti programmatici.
Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell'esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l'amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologi del partito, i cosidetti «esperti» e «competenti», per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una «commissione», spiano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d'impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desiderii. Di regola, in quei casi diventano maturi per l'indagine anche «i soliti paroloni» della pericolosa opposizione e non di rado, con grande meraviglia di coloro che per primi li inventarono e li diffusero, quei paroloni entrano a far parte del tesoro scientifico dei vecchi partiti, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo.
Le commissioni si adunano e «rivedono» il vecchio programma e ne foggiano uno nuovo. E nel far ciò, quei signori cambiano le loro convinzioni come il soldato al campo cambia la camicia, cioè quando quella vecchia è piena di pidocchi. Nel nuovo programma, è dato a ciascuno il suo. Al contadino è data la protezione dell'agricoltura, all'industriale quella dei suoi prodotti; il consumatore ottiene la difesa dei suoi acquisti, agli insegnanti vengono aumentati gli stipendi, ai funzionari le pensioni. Lo Stato provvedere generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito, le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte. Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin quando si possa con buona coscienza sperare di avere calmato l'esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si può iniziare la lotta per la «riforma» (come si suol dire) dello Stato.
Quando poi il giorno delle elezioni è passato e i parlamentari del quinquennio hanno tenuto il loro ultimo comizio, per passare dall'addomesticamento della plebe all'adempimento dei loro più alti e più piacevoli compiti, la commissione per il programma si scioglie. E la lotta per il nuovo stato di cose riprende le forme della lotta per il pane quotidiano: presso i deputati, questo si chiama «indennità parlamentare».
Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all'anticamera dove è esposto l'elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione, inscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo." (capitolo 1)

I politici non sono interessati al bene del popolo. Scelgono gli argomenti nei programmi, solo quello che gli fanno ottenere i voti. Sono interessati solo al seggiolone. Quando si accorgono che il popolo sta per scoppiare, perché non resiste più alle loro prese per il culo, mischiano un po’ le carte in tavola e il popolo torna tranquillo a dormire, e se nasce un movimento che potrebbe buttarli giù dal seggiolone, lo accusano di populismo e lo presentano come una pericolosa minaccia alla società.

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5 thoughts on “Analisi del Mein Kampf”

  1. …Sicuramente saprai che la storia sui libri viene scritta da chi ha vinto la guerra…
    e che guarda caso gli estremi si assomigliano…

    Ciao

  2. Anche io ho letto il Mein Kampf, decidendo di portarlo come argomento di tesina per la maturità. E sono d’accordo su quello che hai scritto: aveva molte idee, alcune veritiere e sensate. L’idea che si fa uno studente studiando di Hitler a scuola è quella di un pazzo, completamente fuori di testa, che un giorno si è svegliato e ha deciso di conquistare il mondo e sterminare milioni di persone.
    Quello che però mi ha colpito maggiormente non è stata la perfetta rappresentazione della politica, ma bensì il fatto che non abbia mai apertamente fomentato l’uccisione e l’odio razziale. Tutte le sensazione di odio, intolleranza e razzismo diffondono dalle parole del libro, si leggono tra le righe e, tuttavia, alla fine della lettura lasciano quel senso di disgusto verso la diversità che tanto bene viene evidenziato nelle scuole.

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