Gesù NON voleva il Papa

Abbiamo visto che Gesù non ha mai avuto intenzione di fondare una Chiesa [Gesù NON voleva la Chiesa] sia in senso lato, intesa come comunità di fedeli, sia in senso fisico, intesa come edificio. Abbiamo poi visto che il sacerdozio era addirittura inviso a Gesù. A questo punto, retoricamente, c’è da chiedersi: cosa rappresenta un Papa ? Il capo di una organizzazione di persone, legittima ma completamente estranea sia a Gesù che ai testi evangelici.

Seguiamo, anche qui, la nascita del papato in riferimento, sempre, ai testi evangelici a partire da quello su cui la Chiesa si afferra e che è il medesimo di Matteo già citato all’inizio del primo paragrafo:

Matteo 16, 13-20

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. 14 Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. 15 Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. 16 Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. 17 E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Abbiamo già discusso la frase 18 nel primo paragrafo, qui la frase d’interesse è la 19, quell’ A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. Frase dietro la quale si vorrebbe vi fosse l’istituzione del Papato. Questo, come l’altro verso, è un falso intercalato posteriormente nel Vangelo di Matteo (queste falsificazioni avvennero intorno al 320, prima del Concilio di Nicea, quando furono scelti quelli che dovevano essere i Vangeli canonici) ed anche qui non sono io a dirlo ma iniziarono con vigore a sostenerlo i vescovi d’Oriente nel IV secolo. Leggiamo cosa disse il vescovo cattolico Strossmayer, nel suo intervento al Concilio Vaticano I del 1870:

«Non trovando alcuna traccia di papato ai tempi degli apostoli, mi dissi: Troverò qualcosa negli annali della chiesa. Ebbene, lo dico francamente: ho cercato un papa nei primi quattrocento anni e non l’ho affatto trovato. Nessuno di voi, spero, dubiterà della grande autorità del santo vescovo di Ippona, il grande e beato Agostino. Questo pio dottore, onore e gloria della chiesa, fu segretario di un noto concilio. Ora, nei decreti di quella venerabile assemblea, si possono trovare queste significative parole: “Chiunque s’appellerà a quelli d’oltremare non sarà ricevuto nella comunione di alcuno in Africa”. I vescovi africani riconoscevano così poco il vescovo di Roma da minacciare di scomunica chi avesse inteso rivolgersi a lui per qualunque ragione. Questi stessi vescovi, nel IV Concilio di Cartagine, tenutosi sotto Aurelio, vescovo di quella città, scrissero a Celestino, vescovo di Roma, per avvertirlo che non doveva ricevere appelli da vescovi, preti e chierici africani; non doveva inviare legati o commissionari; non doveva introdurre l’orgoglio umano nella Chiesa. Leggendo, dunque, i libri sacri con quell’attenzione di cui il Signore m’ha reso capace, io non trovo un solo capitolo, un solo versetto, in cui Gesù Cristo dia a S. Pietro la signoria sopra gli apostoli, suoi colleghi. Se Simone, figlio di Giona, fosse stato quello che noi crediamo essere oggi Santità Pio IX, è sorprendente che Egli non abbia detto loro: “Quando sarò salito al Padre, voi tutti ubbidite a Simon Pietro nella stessa maniera in cui ubbidite a me. Io lo stabilisco mio vicario in terra” … Non solo Cristo tacque su questo punto, ma così poco pensava di dare un capo alla chiesa che, quando promise agli apostoli la potestà di giudicare le dodici tribù d’Israele (Matteo 19: 28), garantì loro dodici troni, uno per ciascuno, senza però dire che uno di questi troni sarebbe stato più elevato degli altri, quello di S. Pietro. Certamente, se Egli avesse desiderato che così avvenisse, lo avrebbe detto. Che cosa dobbiamo dedurre da ciò? La logica ci dice che Cristo non pensò di fare di S. Pietro il capo del collegio apostolico. Quando inviò gli apostoli alla conquista mondo, a tutti fece la promessa dello Spirito Santo… Cristo – così dice la Scrittura – vietò a Pietro e ai suoi colleghi di regnare e di esercitare signoria o di aver autorità sopra i fedeli come i re delle nazioni (Luca 22: 5). Se Pietro fosse stato destinato a essere papa, Gesù non avrebbe parlato in questi termini ma, secondo la nostra tradizione, il papato ha in mano due spade, simboli del potere spirituale e temporale. Una cosa mi ha sorpreso moltissimo. Ragionando attentamente ho detto a me stesso: “Se S. Pietro veniva considerato papa, avrebbero i suoi colleghi permesso che fosse inviato con S. Giovanni in Samaria (Atti 8: 14) ad annunciare l’Evangelo del Figlio di Dio? Cosa pensereste, venerabili fratelli, se in questo momento noi ci permettessimo di inviare Sua Santità Pio IX insieme a Sua Eccellenza Monsignor Plantier al Patriarca di Costantinopoli per indurlo a mettere fine allo scisma d’Oriente?… Ma c’è un altro fatto, ancor più importante. Un Concilio Ecumenico ebbe luogo a Gerusalemme per decidere intorno a questioni che dividevano i fedeli. Chi avrebbe dovuto convocare il Concilio, se S. Pietro fosse stato il papa? S. Pietro. Chi avrebbe dovuto presiederlo? S. Pietro, o il suo legato. Chi avrebbe dovuto promulgare i canoni (le regole della chiesa) ? S. Pietro. Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto. L’apostolo fu presente al Concilio come tutti gli altri, eppure non fu lui a presiederlo, ma S. Giacomo e i decreti furono promulgati nel nome degli apostoli, degli anziani e dei fratelli (Atti 15: 22-29)… Ora, mentre noi insegniamo che la chiesa è edificata su S. Pietro, S. Paolo, la cui autorità non può essere messa in dubbio, dice nella sua epistola agli Efesini (2: 20), che essa è edificata sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù Cristo stesso la pietra angolare. E lo stesso apostolo crede così poco alla supremazia di Pietro, che apertamente rimprovera tanto quelli che dicevano: “lo son di Paolo; io son d’Apollo”, quanto quelli che dicevano: “lo son di Pietro” (1 Corinzi 1: 12). Se questi fosse stato il vicario di Cristo, S. Paolo sarebbe stato ben lungi dal censurare così violentemente quelli che si dichiaravano appartenenti a S. Pietro… Lo stesso apostolo, catalogando gli uffici della chiesa, menziona gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i dottori, i pastori (Efesini 4: 11). E’ giusto credere, miei venerabili fratelli, che S. Paolo, il grande apostolo dei Gentili (non israeliti, pagani), abbia dimenticato il primo di tali uffici, il papato, se questo fosse stato di istituzione divina? La dimenticanza mi appare impossibile… L’apostolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di S. Pietro. Se tale primato esisteva, se in una parola la chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo, infallibile nell’insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l’edificio della nostra Dottrina poteva essere dimenticato il fondamento, l’architrave?… Né negli scritti di S. Paolo e di S. Giovanni né in quelli di S. Giacomo ho trovato traccia o germe del potere papale. S. Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto di cui, pure, se così come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare. Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle Scritture ispirate da Dio, qualora S. Pietro fosse stato papa, m’è sembrato insostenibile e impossibile, e tanto ingiustificabile quanto sarebbe se il Thiers, scrivendo la storia di Napoleone, avesse omesso il titolo di imperatore… Quel che mi ha sorpreso e ha bisogno di dimostrazione è il silenzio di S. Pietro. Se l’apostolo fosse stato quello che noi diciamo, cioè vicario di Gesù Cristo in terra, è naturale che egli per primo avrebbe dovuto saperlo. E, se egli lo sapeva, com’è che neppure una volta ha agito da papa?… Torno a dire che, mentre l’apostolo scriveva, la chiesa non pensò mai che potesse esservi un papa. Per poter sostenere il contrario, bisognerebbe del tutto ignorare gli scritti sacri… Ma, d’altro canto, si dice: S. Pietro non venne a Roma? Non fu crocifisso con la testa all’ingiù? Non vi sono forse nella Città Eterna i pulpiti dai quali egli insegnò e gli altari sui quali celebrò messa?… Che S. Pietro sia stato a Roma, venerabili, si trova in modo assai incerto nella sola tradizione ma, se egli fosse stato vescovo di Roma, come potreste voi dal suo episcopato ricavare la sua supremazia?» (J.G. Strossmayer, vescovo cattolico di Diakovar in Croazia, dal suo discorso tenuto al Concilio Vaticano I del 1870; citato da Giovanni Fantoni).

E Strossmayer proseguiva tentando di far capire all’assemblea dei vescovi da dove era nata la degenerazione del papato:

«Quella (di voler comandare su tutte le chiese – n.d.a.) era una tendenza del patriarca di Roma il quale, fin dai primi tempi, per la “preminente principalità” della capitale dell’Impero, cercò di arrogarsi tutta l’autorità… Ammetto senza difficoltà che il patriarca di Roma occupò il posto d’onore. Una delle leggi di Giustiniano dice: “Decretiamo, dopo la definizione dei quattro concili, che il santo papa dell’antica Roma sarà il primo dei vescovi, e che l’altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sarà il secondo”… «L’importanza del vescovo di Roma deriva non da un potere divino, ma dalla nobiltà della città stessa. Ho detto che fin dai primissimi secoli il patriarca di Roma aspirò al governo universale della chiesa. Sfortunatamente, vi riuscì ben presto, ma non raggiunse completamente il suo intento, poiché l’imperatore Teodosio II promulgò una legge con la quale stabilì che il patriarca di Costantinopoli doveva avere la stessa autorità del patriarca di Roma. I padri del Concilio di Calcedonia (451) posero i vescovi della nuova e dell’antica Roma sullo stesso piano per ogni cosa anche ecclesiastica (canone 28). Il VI Concilio di Cartagine (401) proibì a tutti i vescovi di assumere il titolo di principe o di vescovo sovrano, come per il titolo, che noi diamo di vescovo universale. S. Gregorio I, sicuro che i suoi successori non avrebbero mai pensato di adornarsene, scrisse queste memorande parole: “Nessuno dei miei predecessori ha voluto prendere questo nome profano perché, quando un patriarca prende il titolo di universale, ne soffre il titolo di patriarca. Lungi dai cristiani il desiderio di darsi un titolo che apporti discredito sui loro fratelli».

Come reagì il Concilio Vaticano I diretto da Papa Pio IX ? Addirittura con il sancire il dogma dell’infallibilità del Papa. Uno schiaffo a quel coraggioso oratore ed ai molti che condividevano le sue tesi (molti meno di quanti sostennero Pio IX che fu descritto come un Dio in terra)

Tornando alla storia, occorre ricordare che durante il III secolo iniziò il crollo dell’Impero Romano vhe si protrasse per un paio di secoli. Il crollo dell’Impero d’Occidente avvenne prima di quello d’Oriente di modo che mentre ad Oriente vi era ancora un notevole potere politico ed economico separato da quello religioso, in Occidente, a Roma, il disastro era completo, con le gerarchie della Chiesa che assunsero anche ruoli politici, resisi vacanti, che divennero preminenti quando il crollo d’Occidente fu completo. La Chiesa aveva i suoi massimi rappresentanti sia ad Oriente, il patriarca (vescovo) di Costantinopoli, che ad Occidente, il vescovo di Roma (più precisamente ai tempi di Giustiniano vi erano cinque capi ecclesiastici delle grandi circoscrizioni, fra le quali, esclusa l’isola di Cipro, la cattolicità era stata divisa, e cioè i vescovi di Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, e Gerusalemme e tra esse le due più importanti erano quelle che avevano sede nelle capitali dell’Impero). Nessuno dei due aveva una qualche autorità religiosa per richiedere il primato sull’altro. Ma il vescovo di Roma aveva acquisito anche cariche politiche che utilizzò in tutti i modi per farle valere in ambito religioso. E’ qui che intervenne l’Imperatore d’Oriente Giustiniano (482-565)(4) con uno dei suoi decreti, la Novella CXXXI a Petro P. P. del 18 marzo 545,  che assegnò un ruolo principale al vescovo di Roma subito dopo il quale vi era il patriarca di Costantinopoli. Si tenga comunque presente che questo decreto di Giustiniano ne cancellava uno dell’altro imperatore d’Oriente Teodosio II (401-450) che aveva assegnato ai due vescovi la medesima autorità. Anche Giustiniano ebbe a dire che ciò comunque non derivava dalla volontà di Dio ma dal fatto che Roma restava più importante di Costantinopoli. Questa decisione di Giustiniano, che mostra come la Chiesa era diventata da Costantino I uno instrumentum regni come aveva sostenuto Polibio, avveniva in contrasto ai deliberati di varie precedenti assemblee di vescovi, come il VI Concilio di Cartagine del 401 ed il Concilio di Calcedonia del 451.

Roma ottenne quindi il primato su Costantinopoli secondo quanto Giustiniano decretò. Ma si trattava pur sempre, come lo stesso Giustiniano sostenne, di un atto politico che non aveva nulla a che vedere con una questione teologica avversata strenuamente, appunto, da tutti i vescovi d’Oriente(5) i quali sostenevano che il passo di Matteo (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli) non era altro che una interpolazione fatta posteriormente dalla Chiesa di Roma. E perché questo passo di Matteo avrebbe privilegiato la Chiesa di Roma, rispetto a quella di Costantinopoli ? Perché vi era implicita una discendenza della supremazia sulla Chiesa che da Gesù passava a Pietro e da Pietro ai suoi successori (con l’imposizione delle mani). E poiché, per un’altra leggenda, Pietro si era recato a Roma ove, prima di morire martire, era diventato vescovo di Roma e quindi primo Papa, i successori di Pietro in Roma erano quelli a cui spettava il titolo di Papa.

Vediamo punto per punto questa concatenazione a partire dalla frase di Matteo. Molti teologi concordano nel ritenere che quella frase, supposta vera, voglia dire ben altro. La pietra su cui costruire la chiesa di Cristo, cioè la sua assemblea, sta nella risposta che Pietro dà a Gesù: Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente. E’ questa la pietra sulla quale Pietro dovrà edificare il proseguimento degli insegnamenti di Cristo. Ciò è confermato da altri brani neotestamentari che individuano (e non può essere altrimenti) in Gesù la pietra:

I Pietro 2, 4

4 Stringendovi a lui [Gesù], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio,

 

Efesini, 2, 19-21

19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore.

 

11 poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù

I Corinzi 3, 10-1110 Io, secondo la grazia di Dio che m’è stata data, come savio architetto, ho posto il fondamento; altri vi edifica sopra. Ma badi ciascuno com’egli vi edifica sopra; 11 poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù.

 

I Corinzi 10, 4e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e la roccia era Cristo.

Con ciò cade il ruolo di Pietro come successore di Cristo. Non vi è scampo. E neppure si può pensare che Pietro sia stato in qualche modo preferito da Gesù rispetto agli altri apostoli. Vi è un brano significativo in tal senso nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù resuscitato parla agli apostoli:

Giovanni  20, 21-2321 Gesù, perciò, disse loro di nuovo: “Abbiate pace. Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi”. 22 E dopo aver detto questo soffiò su di loro e disse loro: “Ricevete lo spirito santo. 23 A chiunque perdonerete i peccati, resteranno perdonati; a chiunque li riterrete, resteranno ritenuti”.

Quindi tutti gli apostoli uguali. Tutti con gli stessi poteri. E questo sarebbe tutto ? No, c’è di più. Se Pietro avesse avuto una qualche carica che lo distinguesse dagli altri dovremmo trovarne delle tracce negli Atti degli Apostoli o in qualche altro testo neotestamentario. Non vi è nulla di ciò. Nessuno sembra si sia accorto di Pietro in modo che in qualche modo lo facesse emergere. Immaginate la situazione: Pietro si reca a Roma, ne diventa vescovo e quindi Papa e nessuno lo sa e ne parla ? Nessuno dei viventi all’epoca e di coloro che vennero dopo, dico. Se qualcuno ebbe un ruolo distaccato questi non fu Pietro ma Giacomo, il fratello di Gesù. Si può leggere in proposito San Paolo che mette in un ordine di importanza per autorità gli apostoli nel modo seguente:

Galati  2, 9Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi

Ma San Paolo dice di più perché, subito dopo l’elenco fatto, nella medesima lettera, fa aspri rimproveri a Pietro:

Galati  2, 11-1511 Ma quando Cefa [Pietro] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?

Di fronte a queste gravi accuse Pietro si giustifica con i discepoli e non si comporta da capo della comunità. Inoltre San Paolo in tutte le sue lettere mai menziona una qualche autorità di Pietro. Nella Lettera ai Galati aggiungerà che le decisioni vengono prese collegialmente da quelli che godono di particolare considerazione (Galati 2, 6) e si arriva ad una divisione dei compiti.

E lo stesso Pietro nelle sue due lettere mai rivendica un qualcosa per sé, mai parla come se fosse un capo di una qualche assemblea. Invece ci indica chi è la pietra fondamentale della chiesa:

Atti 4, 11-1211 Gesù Cristo è la pietra angolare. 12 E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati.

Insomma, il primato di Pietro non regge nei testi evangelici, si tratta di una costruzione fatta da alcuni gerarchi della Chiesa per giustificare scelte che con Gesù ed iVangeli non avevano nulla a che fare.

Vi è un’altro brano, questa volta nel Vangelo di Giovanni, che sembrerebbe indicare Pietro come il prediletto a divenire il capo della Chiesa dopo la morte di Gesù. Leggiamolo:

Giovanni 21, 15-1915 Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

Per capire cosa accade qui occorre sapere che Giovanni scrisse questo Vangelo tra il 100 ed il 110 quando già si sapeva o si credeva che Pietro era stato messo a morte. Si può ben capire come sia facile fare il profeta scrivendo quando i fatti sono già accaduti. A parte ciò il brano non ha una logica perché l’episodio è citato solo da Giovanni. Eppure sarebbe stato utilissimo, ad esempio, a Matteo per sostenere di più quel suo su questa pietra costruirò la mia chiesa. Inoltre, con questo episodio, sarebbe stato possibile ripulire la fama di Pietro decaduta, come raccontano tutti e 4 gli evangelisti, per aver rinnegato per ben 3 volte Gesù. I 4 raccontano di Pietro che rinnega, perché i 4 non raccontano tutti di un Pietro oggetto di tanta considerazione ? Ma poi, perché Giovanni avrebbe dovuto contraddire quanto ha detto qualche riga prima e che cioè è solo lo Spirito Santo il portatore della verità ? E perché, poi, Paolo rimase in contrasto per vari anni con Pietro e con la comunità cristiana di Gerusalemme ? Non poteva Pietro risolvere le divergenze d’autorità, visto che era il capo designato da Gesù ? Per dirimere parte, solo parte, di quelle controversie servirà addirittura il Concilio di Gerusalemme del 48, Concilio presieduto da Giacomo nel quale Pietro prese spesso la parola ma le cui conclusioni furono tratte ancora da Giacomo. Non è questa la migliore dimostrazione della nessuna autorità particolare di Pietro su altri eminenti personaggi del protocristianesimo ?

Ritorniamo ora al famoso e contestato brano di Matteo (16, 18-19). C’è da osservare che l’episodio è raccontato anche dagli altri evangelisti (Marco 8: 27-30; Luca 9: 18; Giovanni 6: 8-70) ma, attenzione, proprio senza le due frasi di cui discutiamo. La cosa lascia un qualche sospetto perché se la volontà di Gesù era una Chiesa ed un Papato quelle frasi sarebbero dovute entrare di forza in tutti i Vangeli ispirati da Dio. C’è poi dell’altro. Nell’ipotesi che Gesù lasciasse in eredità la volontà di un papato, per di più affidato a Pietro, la frase di Matteo (16, 19) che Gesù rivolgerebbe a Pietro, l’avrebbe rivolta al solo Pietro, il prescelto. Invece Gesù la rivolge a tutti i suoi discepoli. Basta avere la pazienza di leggere oltre lo stesso Matteo che cita un episodio in cui Gesù chiama a raccolta tutti i suoi discepoli per parlare loro:

Matteo  18, 1818 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.

Quanto qui dico è sostenuto autorevolmente dal famoso teologo cattolico Hans Küng che scrisse: lo studio dei testi biblici «mostra in modo più chiaro di una volta che i passi di Matteo 18: 18 e di Luca 22: 19 non si riferiscono soltanto ai ministri, ma a tutta quanta la chiesa» (Strutture della chiesa, p. 203, Borla Ed., Torino 1965). Ma poi, è ragionevole che poche righe più in giù del famoso 16, 19 vi sia questa frase

Matteo  18, 2323 Ma egli [Gesù], voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

che Gesù rivolge a Pietro ?(6)

Tornando ancora al controverso passo di Matteo (16, 18-19) sorge un altro problema confrontandolo con quanto accade poco oltre nello stesso Vangelo. In Matteo (18, 1) leggiamo degli apostoli che chiedono a Gesù chi di loro ha il primato:

Matteo  18, 1In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi è il più grande nel Regno dei Cieli? “

frase che, a giudizio di tutti i commentatori, vuol dire: “Chi è il più importante nella comunità e nella Chiesa ? Chi ha il primato davanti a Dio ? Chi vale di più davanti a Dio ?”. Ebbene, se Gesù avesse già stabilito chi era il suo successore, questa frase che vuol dire ? O Gesù non aveva indicato il suo successore in precedenza o gli apostoli erano tutti scemi. Ed ancora: a questa domanda (18, 1) Gesù non risponde affermando che il più grande è Pietro ma prendendo un fanciullo e mostrandolo loro come esempio: il più grande è chi sa rendersi semplice ed umile come un fanciullo.

Ancora. Dopo l’ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli si riuniscono per scegliere il sostituto di Giuda. Se Pietro fosse stato indicato come successore di Gesù, sarebbe stato lui ad indicare il successore cercato. Ma non è così perché il successore viene estratto a sorte tra due nomi proposti non da Pietro !

Atti, 1, 23-26 23 Or ne furono presentati due: Giuseppe, detto Barsaba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. 24 E pregando, dissero: “Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, mostra quale di questi due hai scelto, 25 per ricevere la sorte di questo ministero e apostolato, dal quale Giuda si è sviato per andare al suo luogo”. 26 Così tirarono a sorte, e la sorte cadde su Mattia; ed egli fu aggiunto agli undici apostoli.”

Si può finire con questo aspetto del problema con due osservazioni. La prima è che, data la lettura non delle due frasi incriminate ma dell’intero Vangelo, a cui si devono aggiungere gli altri Vangeli, si capisce che quelle frasi prese a sé non significano nulla o, per lo meno, significano ciò che si vuole che significhino ed in verità vi dico che la teologia, scienza del nulla, nasce proprio per dare significati a piacere a qualunque scritto. E c’è la contundenza della Lettera gli Ebrei in cui si nega la possibilità che Gesù abbia un qualche vicario:

Ebrei 7, 2424 Gesù, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette

In conclusione riporto quanto dice Fantoni:

Qual è dunque il vero significato delle parole: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»?

Queste parole vogliono chiaramente dire che l’apostolo Pietro, avendo riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio, è stato storicamente il primo vero cristiano. Pietro stesso ha definito i cristiani «come tante pietre viventi» che entrando nella struttura dell’edificio formano una casa spirituale (1 Pietro 2: 5). Di queste «pietre viventi» l’apostolo è stato storicamente la prima, perché per primo aveva riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio. E’ questa la spiegazione dello stesso Giovanni Crisostomo (? – 407), il quale scrive: «Ebbe perciò Pietro un primato? Sì! Ma solo quello di essere stato il primo a confessare il Cristo, per cui egli divenne il primo apostolo e l’inizio di tutta la chiesa».

Come dobbiamo intendere le parole seguenti: «lo ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli»?

Ci troviamo qui davanti a due immagini o simboli:

a. Il simbolo delle chiavi, molto comune al tempo di Gesù, è stato da lui più di una volta adoperato: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate (= chiudere a chiave) il regno dei cieli dinanzi alla gente, poiché né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare» (Matteo 23, 13).«Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! Voi stessi non siete entrati, e avete impedito quelli che vi entravano» (Luca 11, 52). La chiave con la quale gli scribi e i farisei impedivano al popolo l’accesso al regno era evidentemente la predicazione, l’insegnamento. Perciò, quando Gesù dice a Pietro: «lo ti darò la chiave del regno dei cieli», intende dire: «lo ti darò l’incarico di predicare l’evangelo, che aprirà le porte del regno dei cieli a tutti coloro che l’ascolteranno»;

b. «Legare e sciogliere». I rabbini che usavano comunemente questa immagine, vi attribuivano due significati distinti:
1. Proibire o permettere; imporre o togliere un precetto religioso;
2. Escludere da una comunità o riammettere in essa uno scomunicato.

Gesù non ha certo adoperato l’immagine nel primo senso, essendosi sempre tenuto lontano dalla casistica o dal legalismo rabbinico. Solo il secondo senso è possibile, anche perché permette di collegare logicamente Matteo (18, 18) con il versetto precedente, in cui si parla appunto di scomunica. Questo passo deve quindi essere così interpretato: «Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa, e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, siati come il pagano e il pubblicano. lo vi dico in verità che colui che avrete escluso dalla comunità sarà escluso anche in cielo e colui che avrete ammesso nella comunità, sarà ammesso anche in cielo».

E’ quindi completamente estranea al pensiero di Gesù l’idea di una speciale potestà giuridica attribuita al solo Pietro.

Conclusione

Cristo è il solo vero capo della sua chiesa. Lo era visibilmente durante la sua vita terrena e da allora lo è invisibilmente. Egli ha lasciato come suo vicario non un uomo ma lo Spirito Santo (Giovanni 14, 26), dato a tutti i credenti sinceri (Romani 8, 14) e di cui nessuno ha il monopolio.

Certo, la chiesa ha bisogno di una direzione visibile, ma bisogna vedere di quale natura deve essere. Dopo Gesù, ci furono gli apostoli come autorità principale. E come abbiamo visto, si trattava di una direzione collegiale a cui venivano associati anche altri (Atti 15, Concilio di Gerusalemme) tramite elezione e consenso della comunità dei fedeli. Gli apostoli sono un caso a sé: furono costituiti tali solo alcuni che avevano passato del tempo con Gesù ed erano stati testimoni della sua risurrezione (Atti 1, 21-26). Quindi, in questo senso stretto, dopo la morte dei dodici, non esiste più alcun apostolo né collegio apostolico. Devono però esistere dei dirigenti di chiesa e della chiesa, più in generale, eletti democraticamente, in base ai giusti principi e con spirito di preghiera, come fecero gli apostoli nelle chiese che via via fondavano.

Purtroppo, col passare del tempo, le cose degenerarono: si cominciò a dare eccessiva autorità al vescovo. Poi uno di essi diventò addirittura papa: abbiamo visto come e per quali ragioni. Abbiamo anche visto con quali deboli giustificazioni teologico-bibliche cercate a posteriori. In parte, le ragioni di questo rafforzamento dell’autorità centrale si possono capire col bisogno spesso invocato di mantenere l’unità della chiesa. Ma l’unità deve essere mantenuta nella verità (Giovanni 17: 17,21); il fine non giustifica i mezzi. I fini, poi, non sono sempre stati così nobili. Tutt’altro… In ogni caso si è giunti a un’esagerazione di spropositata gravità che se per un verso favorisce un certo tipo di unità, dall’altro è di grave ostacolo alla vera unità e lo è stato per secoli”.

veniamo a Pietro che va a Roma, uno degli elementi del primato di Roma rispetto a Costantinopoli(7) e quindi dell’esistenza di un primato. Chi ne parla ? Come ne parla ?

Rodriguez dice che “solo nella prima lettera di Clemente ai corinzi, scritta alla fine del I secolo, ed in un testo d’Ignazio d’Antiochia, si menziona di sfuggita e senza ben precisare che si riteneva che Pietro fosse morto a Roma”. Ho letto tutta la I Lettera ai corinzi di Clemente e vi è solo scritto: V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. A questo brano segue quello in cui qualcuno, con olimpico salto logico, ha intravisto Pietro a Roma: VI, 1. A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono di bellissimo esempio a noi. 2. Per gelosia furono perseguitate le donne, giovanette e fanciulle che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede. Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse deboli nel fisico. 3. La gelosia allontanò le mogli dai mariti ed alterò la parola del nostro padre Adamo: “Ecco ella è osso delle mie ossa e carne della mia carne”. 4. La gelosia e la discordia rovinarono molte città e distrussero grandi nazioni. Le donne che sarebbero andate a morte sotto l’Impero di Nerone risulterebbero essere la prova che Pietro è morto con loro e quindi a Roma.

Scrive Hubert Jedin nella sua Storia della Chiesa (più che storia è un’Apologia) che: “Clemente viene a parlare di avvenimenti del recente passato in cui dei cristiani «per gelosia ed invidia» furono perseguitati e lottarono fino alla morte. Tra loro emergono Pietro e Paolo; «Pietro, che per un’iniqua gelosia dovette sopportare non uno o due, ma molti travagli e, resa così testimonianza, raggiunse il posto a lui dovuto nella gloria». Con lui subì il martirio un gran numero di cristiani, tra cui anche delle donne che furono mandate a morte travestite da Danaidi e da Dirci. È questa un’allusione alla persecuzione dei cristiani sotto l’imperatore Nerone che permette di porre la morte di Pietro in questo contesto e di fissarla cronologicamente alla metà del sesto decennio del secolo. Sul modo e il luogo dell’esecuzione, Clemente non fornisce alcun dato; il suo silenzio in materia presuppone evidentemente nei suoi lettori una conoscenza dei fatti, a lui stesso certo ben noti per conoscenza diretta, essendo avvenuti al suo tempo (nella sua generazione) e nel luogo stesso dove egli viveva”. Voli pindarici di un presunto storico che fa la storia esegetica del potere.

Vi sarebbe poi la Lettera ai romani di Ignazio di Antiochia, scritta intorno al 110, che attesterebbe, sempre in modo fantasioso, la presenza di Pietro a Roma. Ignazio fu il successore di Pietro alla guida della comunità cristiana di Antiochia e quindi lo avrebbe ben conosciuto. Il brano in oggetto è il seguente: IV,1. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. Ignazio scrivendo ai cristiani di Roma li pregava, come dice ancora Jedin, “di non volerlo privare, con un intervento presso le autorità pagane, di quel martirio al quale doveva andare incontro nella loro città. Egli commenta la sua richiesta con una frase piena di rispetto: «Non vi comando come Pietro e Paolo». Questi due quindi avevano avuto un tempo con la comunità romana dei rapporti che avevano dato loro una posizione autorevole; il che vuol dire che vi soggiornarono abbastanza a lungo come membri attivi della comunità e non vi capitarono di passaggio, quasi visitatori occasionali. L’importanza di questa testimonianza sta nell’essere un’indiscutibile conferma proveniente dal lontano oriente cristiano della conoscenza che la chiesa romana aveva di un soggiorno di Pietro in mezzo ad essa”. Questa lettera (come le altre) sarebbe stata scritta quando, dopo l’arresto di Ignazio  ad Antiochia (persecuzioni di Traiano), era tradotto a Roma per essere giustiziato. Le conclusioni, come quelle relative a Clemente, sono fantasiose perché il riferimento a Pietro poteva riguardare il suo martirio in qualunque altro luogo e non  necessariamente a Roma. Possibile che questi conoscitori di Pietro non sanno aggiungere una parola in più che riferisca con certezza cosa è accaduto ? In ogni caso le date non aiutano Ignazio che avrebbe dovuto sostituire Pietro ad Antiochia da adolescente. Ulteriore testimonianza sarebbe secondo Jenin un testo apocrifo e presuntamente profetico, «Ascensio Isaiae» (4,2s.). Tale testo, secondo lo storico fantastico, “esprime in stile profetico l’annuncio che l’opera dei dodici apostoli sarà perseguitata da Beliar, uccisore della propria madre (Nerone), e che uno dei dodici cadrà nelle sue mani. Questa dichiarazione profetica viene chiarita da un frammento dell’Apocalisse di Pietro, che va ugualmente assegnata al principio del II sec., in cui si dice: «Ecco, a te, Pietro, ho rivelato ed esposto, tutto. Va quindi nella città della fornicazione e bevi il calice che ti ho annunciato»”. Jenin aggiunge altre cose molto più vaghe di queste e dà quindi per provato che Pietro sia stato messo a morte a Roma(8).

Aggiungo io altri scritti che attesterebbero la presenza di Pietro a Roma. Un tal Dionisio vescovo di Corinto, intorno al 170, dette una testimonianza evidentemente falsa sulla presenza di Pietro a Roma. Dionisio dice, nello stesso documento, che le Chiese di Corinto e di Roma erano state fondate insieme da Pietro e Paolo [“Tutt’e due, venendo nella nostra città di Corinto, ci ammaestrarono nella dottrina evangelica; indi se ne andarono in Italia ed, avendo istruiti allo stesso modo voi (Romani), contemporaneamente subirono il martirio ” – citato da Eusebio, Stor. Eccl. 2, 25, 8. MG. 20, 210], fatto questo smentito da ogni fonte, con la conseguenza che la credibilità di un vescovo così lontano da Roma è nulla.

Gli Atti degli Apostoli chiudono il loro racconto sull’attività di Pietro nella comunità primitiva di Gerusalemme col velato accenno al fatto che egli «s’incamminò verso un altro luogo» (At 12,17). Abbiamo la certezza che Pietro partecipò al Concilio di Gerusalemme dell’anno 48 (ma forse del 51-52) e che poi Pietro si stabilì ad Antiochia (At 15,7; Gal 2,11-14) dove sembra sia giunto nel 52 (secondo le omelie di San Clemente). E’ un fatto straordinario che gli Atti, che seguono la storia delle prime comunità cristiane fino al 61, non dicano neppure una parola su un fatto come quello del loro presunto capo che si dirige a Roma, assume il comando di quella comunità, viene lì arrestato e martirizzato (secondo le date fornite da chi crede a Pietro in Roma questi due eventi non potevano essere trattati negli Atti ma i primi sì se è vero come raccontano che Pietro fu Papa a Roma per 25 anni !). Nulla ! Vi è ancora San Paolo che ci fornisce informazioni indirette. Nella sua Lettera ai Romani egli scrive:

Romani 16, 1-241 “Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea, 2 perché la riceviate nel Signore, in modo degno dei santi, e le prestiate assistenza in qualunque cosa ella possa aver bisogno di voi; poiché ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me. 3 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù, 4 i quali hanno rischiato la vita per me; a loro non io soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni. 5 Salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro. Salutate il mio caro Epeneto, che è la primizia dell’Asia per Cristo. 6 Salutate Maria, che si è molto affaticata per voi. 7Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, i quali si sono segnalati fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. 8 Salutate Ampliato, che mi è caro nel Signore. 9 Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. 10 Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli di casa Aristobulo. 11 Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli di casa Narcisso che sono nel Signore. 12 Salutate Trifena e Trifosa, che si affaticano nel Signore. Salutate la cara Perside che si è affaticata molto nel Signore. 13 Salutate Rufo, l’eletto nel Signore e sua madre, che è anche mia.14 Salutate Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma, e i fratelli che sono con loro. 15 Salutate Filologo e Giulia, Nereo e sua sorella, Olimpa e tutti i santi che sono con loro. 16 Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. Tutte le chiese di Cristo vi salutano” (Romani 16:1-16). 17 “Ora vi esorto, fratelli, a tener d’occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l’insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro. 18 Costoro, infatti, non servono il nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici. 19 Quanto a voi, la vostra ubbidienza è nota a tutti. Io mi rallegro dunque per voi, ma desidero che siate saggi nel bene e incontaminati dal male. 20 Il Dio della pace stritolerà presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi”. “21 Timoteo, mio collaboratore, vi saluta e vi salutano anche Lucio, Giasone e Sosipatro, miei parenti. 22 Io, Terzio, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore. 23 Gaio, che ospita me e tutta la chiesa, vi saluta. Erasto, il tesoriere della città e il fratello Quarto vi salutano. 24 [La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen.]

In questo brano Paolo manda saluti a ben 26 persone della comunità cristiana di Roma. Neppure un cenno a Pietro che, anche se rivale, resta pur sempre un correligionario e persona con cui aveva avuto per anni strettissimi rapporti. E mai Paolo, nelle sue lettere, le ultime delle quali scrisse a Roma (le scrisse in prigione tra il 64 ed il 65), ha fatto una qualche menzione di Pietro a Roma (sembra davvero impossibile !).

Noi non conosciamo i fondatori della Chiesa di Roma. Sappiamo che a metà del II secolo la comunità cristiana aveva circa 30 mila aderenti. Nessuno, proprio nessuno di costoro, ha mai fatto menzione a Pietro in Roma. Quel qualcuno, ora ignoto, sarebbe diventato noto solo per questo. Vi è poi la ricerca storica ed archeologica che non ha mai trovato alcuna prova certa della presenza di Pietro a Roma. L’idea che di Pietro si sono ritrovate le ossa è pura follia. O Pietro è stato ammazzato da solo, cosa del tutto improbabile, visto che vi era la persecuzione di Nerone, o Pietro è stato ammazzato insieme ad altri. In questa seconda verosimile ipotesi, i suoi resti e quelli dei suoi correligionari sono finiti in qualche fossa comune o bruciati come accadeva regolarmente.

Resta poi in sospeso un’altra questione che passa sempre in secondo piano ma è il vero motivo della separazione tra le varie chiese cristiane. Supposto vero il primato di Pietro, perché tale primato deve avere dei successori ? Perché si deve tramandare con un rito stupido che è l’imposizione delle mani ad altre persone ?

In definitiva stiamo parlando di una serie di imbrogli e di false tesi finalizzate ad accreditare qualcosa che Gesù non pensò mai di realizzare. Qualunque sia stato il corso degli eventi resta il fatto che è nato un Papato e si sono succeduti dei papi. Seguiamone le gesta a partire da altri imbrogli nella successione iniziale.

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