Hume contro Egualitarismo e Comunismo

Se esaminiamo le leggi particolari che regolano la giustizia e determinano la proprietà, giungeremo alla stessa conclusione. Il bene dell’umanità e l’unico oggetto di tutte queste leggi e regolamenti. Per la pace e l’interesse della società non basta che le proprietà degli uomini siano separate; bisogna anche che le regole e che si seguono nel fare la sperazione di proprietà siano tali che non se ne possono adoperare di migliori ad ulteriore servizio degli interessi della società. Supporremo che un essere, fornito di ragione ma che non conosce la natura umana, decida per suo conto quali regole di giustizia o di proprietà sarebbero più idonee a promuovere l’interesse pubblico ed a stabilire la pace e la sicurezza fra i popoli. Il primo pensiero che gli si presenterebbe sarebbe di assegnare maggiore proprietà alla più ampia virtù, e di dare a ciascusono il potere di compitere il bene in proporzione alla sua inclinazione. In una teocrazia perfetta, governata da un essere infinitamente intelligente con atti di violazione particolari, una regola del genere avrebbe certamente senso e potrebbe servire agli intendimenti più saggi. Ma se dovesse essere l’umanità a dare esecuzione a tale legge, è tanto grande l’incertezza in cui essa si trova nel giudicare del merito, sia a caausa dell’oscurità in cui esso è naturalmente è avvolto, sia a causa dell’alta considerazione che ogni invididuo ha di se stesso, che non ne risulterebbe alcuna determinata regola di condotta e se ne avrebbe per conseguenza immediata la tale dissoluzione della società. I fanatici possono supporre che il potere è fondato sulla grazia e che soltanto i santi ereditano la terra; ma il magistrato civile molto giustamente pone questi teorici sublimi allo stesso livello dei ladri comuni ed insegna loro con la più severa disciplina che una regola la quale, dal punto di vista speculativo, può sembrare vantaggiosa per la società, può tuttavia risultare, in pratica, del tutto perniciposa e distruttiva. Che in Inghilterra, durante le guerre civili, vi fossero questi fanatici religiosi, lo sappiamo dalla storia; per quanto sia probabile che l’ovvia inclinazione a tali prinicpi abbia eccitato tanto orrere tra gli uomini, da obbligare i pericolosi fanatici a rinunciare, o quanto meno nascondere le loro opinioni. Forse gli egualitari che rivendicavano un’eguale distribuzione di proprietà, furono una specie di fanatici politici derivati dal fanatismo religioso, che confesavano più apertamente le loro divendicazioni, in quanto si manifestavano come più apertamente plausibili, per se stesse traducibili nella pratica e utili alla società. Bisogna ocnfessare, in verità, che la natura è tanto liberale con l’umanità che, se tutti i suoi doni fossero equamente divisi fra gli uomini e migliorati dall’arte e dall’attività, ogni individuo potrebbe godere di tutto il necessario ed anche della maggior parte delle comodità della vita; né dovrebbe sottostare ad altri mali all’infuori di quelli che potrebbero accidentalemnte venirgli dalla delicata costituzione del suo corpo. Bisogna anche confessare che ogni volta che veniamo meno a questa eguaglianza, rubiamo al povero maggiore soddisfazione di quanta non ne aggiungiamo al ricco e che il tenue appagamento di una frivola vanità in un individuo, spesso costa molto più del pane per molte famiglie, ed anche per intere province. Può inoltre apparire che la rgola dell’eqguaglianza, essendo molto utile, non sia del tutto impossibile a mettersi in pratica; e infatti la si è vista applicata, per quanto in grado imperfetto, in alcune repubbliche, specialemnte in quella di Sparta, dove fu accompagnata, come si dice dalle più benefiche conseguenze. Per non ricordare che le leggi agrarire, così come spesso reclamente a Roma e messe in esecuzione in molte città greche, derivano per intero da un’idea generale dell’utilitù di questo principio. Ma gli storici, ed anche nil senso ocmune, possono informarci che, per quanto belle possono sembrare queste idee di perfetta eguaglianza, è in fondo impossibile tradurle in pratica; ed anche se fosse possibile, esse sarebbero del pari estremmaente pericolose per la società. Anche se si rendessero eguali le proprietà, i gradi diversi di arte, di attività e di sollecitudine spiegati dagli uomini tornerebber immediatamente a rompere tale eguaglizana. Se poi poneste un freno a tali virtù ed iniziative, ridurreste la società alla più nera indigenza; ed anziche prevenire la miseria e l’estrema povertà di pochi, le rendereste inevitabili a tutti. La più rigorosa inquisizione sarebbe necessaria per spiare il formarsi di qualsiasi disuguaglianza fin dal suo apparire; e ci vorrebbero delle leggi severissime, per punirla e soffocarla. Ma oltre al fatto che così grande autorità finirebbe presto per degeneare in tirannia e per essere esercitata con grande parzialità; chi ne dovrebbe essere investito, in una situazione come quellla che si suppone? Un’eguaglianza perfetta di proprietà; distruggendo ogni subordinazione, indebolesce in massimo grado l’autorità della magistratura e deve ridurre anche il potere, come la proprietà, ad un solo livello. Possiamo dunque concludere che, per stabilire delle leggi che regolino la proprietà, bisogna conoscere la natura e la situaizone dell’uomo, bisogna respingere le apparenze che possono essere false, anche se speciose; e bisogna cercare quelle regole che sono, nell’insieme, più utili e benefiche. Il senso comune ed un po’ desperienza bastano a questo scopo, se gli uomini non si abbandonano ad una avidità troppo egoistica o ad un entusiamo eccessivo. Chi non vede, per esempio, che tutto quello che vien prodotto o valorizzato dall’arte e dall’attività di un uomo che deve esserrglii assicurato per sempre, perché esgli sia incoraggiato a professare a bitudini e qualità tanto utili? Chi non vede che la proprietà deve del pari passare ai figli ed ai parenti, per garantire lo stesso risultato di utilità? cge deve potersi alineare mediate consensenso, per dar luogo al commercio ed agli scambi che sono così benefici per la società? e cge tutti i contratti e le promesse si debbono scruopolsamete ademppiere per assicurare la reciproca fiduciam da cui l’interesse geneerale dell’umanità trae così grande profitto?
Studiate coloro che scrivono sulle leggi di natura; e trovere sempre che, qualunque princpio mettano avanti, sono sicuri di giungiere in ultimo a questo punto e di determinare, quale ragione ultima d’ogni regola che stabiliscono, l’utilità e la necessità degli uomini. Una concessione strattata così, in opposizione ai sistemi, non ha più autorità che se fosse tratta come loro conseguenze. Quale altra ragione, in verità, potrebbero arrecare gli scrittori perché questo debba esser mio e quest’altro tuo, dal comemnto che l’ignara natura non ha mai fatto certamente distinzioni di questa fatta? Gli oggetti che ricevono questi appellativi sono, per se stessi, a noi estranei; sono del tutto disgiunti e separati da noi; soltanto l’interesse generale della società può darl luogo alla connessione.

 

 

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