Il Giudizio secondo Kant

Il giudizio corrisponde per Kant all’unione di un predicato ed un soggetto tramite una copula; egli distingue quindi:

  1. giudizi analitici (sempre a priori)
  2. giudizi sintetici a posteriori (o empirici)
  3. giudizi sintetici a priori (o scientifici)

Giudizi analitici a priori

giudizi analitici a priori sono ovvi e non derivano dall’esperienza (sono appunto a priori), ad esempio:

« I corpi sono estesi. »

Il predicato qui attribuito al soggetto corpi non dice nulla in più di ciò che già si sa, l’estensione è già implicita nella definizione di corpo, e non occorre esperienza per formulare questa proposizione. Questo tipo di giudizio perciò non permette di progredire.

Giudizi sintetici a posteriori

giudizi sintetici a posteriori invece, dicono qualcosa in più rispetto a quel che già sappiamo, ma derivano solamente dall’esperienza personale, non sono perciò utilizzabili in ambito scientifico, ad esempio:

« Una rosa è rossa. »

La determinazione “rossa” non è implicita nel soggetto “rosa”, ma è una determinazione che non può avere alcun valore universale, perché dipende da una costatazione di fatto.

Giudizi sintetici a priori

giudizi sintetici a priori sono invece quelli in grado di garantire il progresso alla scienza. Essi predicano qualcosa che non è implicito nella definizione del soggetto, ma attribuiscono questo predicato basandosi su di un calcolo oggettivo, che non deriva dall’esperienza personale, ed è per questo perfettamente attendibile. I giudizi matematici sono, secondo Kant, un esempio di questo caso particolare:

7 + 4 = 11.

Questo giudizio è sintetico, perché non si rileva il numero 11 nel 7 o nel 4, perciò arrivare al risultato, significa progredire. Questa operazione vale universalmente, non è empiricamente riferita a un caso particolare, perciò è detta “a priori”.

Una futura metafisica, secondo Kant dovrà perciò essere basata su giudizi sintetici a priori, gli unici che permettono l’avanzamento scientifico.

Giudizi estetici

Kant utilizza il termine “giudizio” anche in ambito estetico. Ad esempio, il fatto di giudicare “bello” una visione, o uno spettacolo della natura, è infatti anch’esso appunto una forma di giudizio. Come nella Critica della ragion pura, anche in questo caso si tratta di unire un predicato a un soggetto, solo che il soggetto di cui ora si parla è proprio l’io, cioè l’autore stesso di una tale unificazione: egli non collega A con B, ma collega A con Io. Si tratta del cosiddetto giudizio riflettente, con cui l’intelletto riflette come uno specchio la realtà esterna dentro quella interiore.

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