Impero Europeo

EUROPA ——-> CONTINENTE GEOGRAFICO EUROPEO

UNIONE EUROPEA ——–> IMPERO EUROPEO

L’Unione Europea non è né un’organizzazione intergovernativa, come le Nazioni Unite, né una federazione di Stati, come gli Stati Uniti d’America, ma è un’organizzazione semi-privata che si è messa a capo di un’insieme di nazioni, con lo scopo di rimuovere la sovranità nazionale a favore di interessi degli speculatori finanziari internazionali e delle corporations.

Per farlo ha usato persone come Prodi, Monti, Letta e Letta Jr., “politici” che fanno parte di gruppi di persone creati degli ideatori del Dittatura totalitaria europea. Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale sono i più famosi.

Un gravissimo errore che fa la gente è confondere l’Europa con l’Unione Europea. L’Europa è una fetta geografica di terra, che può avere dei valori nazionalistici oppure no, ma è una cosa completamente diversa dall’Unione Europea, che non ha VALORI nazionalistici, se non come scusa propagandistica per i loro obiettivi di speculazione finanziaria.

Chi è a favore dell’Unione Europea è in realtà contro l’Europa.

Chi crede davvero in un Europa unita deve opporsi in ogni modo all’Impero Europeo, alias “Unione (degli speculatori finanziari) Europea”, tutto ciò a favore di una giusta causa, ovvero la futura Repubblica Democratica Europea.

Questa è la vera strada da percorrere.

SE UN IMPERO LATINO PRENDESSE FORMA NEL CUORE D’ EUROPA

Nel 1947 un filosofo, che era anche un alto funzionario del governo francese, Alexandre Kojève, pubblicò un testo dal titolo L’ impero latino, sulla cui attualità conviene oggi tornare a riflettere. Con singolare preveggenza, l’ autore affermava che la Germania sarebbe diventata in pochi anni la principale potenza economica europea, riducendo la Francia al rango di una potenza secondaria all’ interno dell’ Europa continentale. Kojève vedeva con chiarezza la fine degli stati-nazione che avevano segnato la storia dell’ Europa: come l’ età moderna aveva significato il tramonto delle formazioni politiche feudali a vantaggio degli stati nazionali, così ora gli stati-nazione dovevano cedere il passoa formazioni politiche che superavano i confini delle nazioni e che egli designava col nome di “imperi”. Alla base di questi imperi non poteva essere, però, secondo Kojève, un’ unità astratta, che prescindesse dalla parentela reale di cultura, di lingua, di modi di vita e di religione: gli imperi – come quelli che egli vedeva già formati davanti ai suoi occhi, l’ impero anglosassone (Stati Uniti e Inghilterra) e quello sovietico dovevano essere «unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Per questo, egli proponeva alla Francia di porsi alla testa di un “impero latino”, che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l’ Italia), in accordo con la Chiesa cattolica, di cui avrebbe raccolto la tradizione e, insieme, aprendosi al mediterraneo. La Germania protestante, egli argomentava, che sarebbe presto diventata, come di fatto è diventata, la nazione più ricca e potente in Europa, sarebbe stata attratta inesorabilmente dalla sua vocazione extraeuropea verso le forme dell’ impero anglosassone. Ma la Francia e le nazioni latine sarebbero rimaste in questa prospettiva un corpo più o meno estraneo, ridotto necessariamente al ruolo periferico di un satellite. Proprio oggi che l’ Unione europea si è formata ignorando le concrete parentele culturali può essere utile e urgente riflettere alla proposta di Kojève. Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente verificato. Un’ Europa che pretende di esistere su una base esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico. Qui la pretesa unità ha accentuato invece le differenze e ognuno può vedere a che cosa essa oggi si riduce: a imporre a una maggioranza più povera gli interessi di una minoranza più ricca, che coincidono spesso con quelli di una sola nazione, che sul piano della sua storia recente nulla suggerisce di considerare esemplare. Non solo non ha senso pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand’ anche ciò fosse possibile, ciò significherebbe la perdita di quel patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita. E una politica che pretende di ignorare le forme di vita non solo non è destinata a durare, ma, come l’ Europa mostra eloquentemente, non riesce nemmeno a costituirsi come tale. Se non si vuole che l’ Europa si disgreghi, come molti segni lasciano prevedere, è consigliabile pensare a come la costituzione europea (che, dal punto di vista del diritto pubblico, è un accordo fra stati, che, come tale, non è stato sottoposto al voto popolare e, dove loè stato, come in Francia,è stato clamorosamente rifiutato) potrebbe essere riarticolata, provando a restituire una realtà politica a qualcosa di simile a quello che Kojève chiamava l’ Impero latino. © RIPRODUZIONE RISERVATA

“E’ per questo che il capitalismo di puro profitto è spesso anti-patriottico, è spesso anti-nazionale. Questa gretta manovra capitalista è possibile grazie alle frontiere che dividono le economie e le rinchiudono su diversi piani. Queste manovre sono, da una parte, contrarie agli interessi nazionali e, dall’altra, consentono lucrosi ricatti a danno della manodopera. Questo sistema è a tal punto indegno ed immorale che si vedono i sindacati operai americani adoperarsi per sostenere finanziariamente degli scioperi in Europa per contrastare quei finanzieri americani che vi investivano al fine di sfruttare manodopera a buon mercato. D’altra parte, gli stessi interessi finanziari americani esercitano, in contemporanea, ricatti e corruzioni nei confronti dei capi sindacalisti europei per tener bassi i nostri salari, sotto minaccia di lock out o di “delocalizzazione degli impianti”. Inutile insistere sulla sorte della manodopera salariata in questo intrico internazionale di intrallazzi, di ricatti, di corruzioni.Le multinazionali dovranno essere combattute per due categoriche ragioni: la prima è la pratica di trasferire all’estero le industrie di valore strategico; la seconda categorica ragione è l’andazzo di comprimere i nostri salari locali tirando in ballo i salari più bassi nei paesi sottosviluppati, frenando così ogni crescita sociale. In questa pratica anti-europea sta una delle vere ragioni deII’“aiuto” ai paesi sottosviluppati, il quale non ha niente di umanitario ma nasce dal solo pensiero del profitto capitalista. Il salario europeo dovrà essere sottratto al “commercio internazionale della manodopera”. E lo sarà in una economia chiusa, ma chiusa in un grande recinto. Questo grande recinto è una Europa di 420 milioni di uomini e domani sarà una Eurafrica di 700 milioni di uomini.”Jean Thiriart

‘Se un impero latino…’. L’Europa di fronte a Lampedusa

L’ennesimo naufragio al largo delle coste di Lampedusa, nella notte dello scorso 2 Ottobre, non è una tragedia contingente, un incidente, ununicum. L’eco mediatica, dolorosa e travolgente, è il sintomo di una diversa percezione dell’evento.

Questo dramma ci pone, ancora una volta, di fronte ad una questione antica e tuttavia sembre nuova ed urgente per il Mediterraneo: la questione della frontiera di una civiltà europea. Centinaia i morti – migliaia, se si esamina tutta la vicenda delle immigrazioni clandestine dalla costa africana. Negli scorsi dieci anni le coste europee avrebbero accolto, in media, 60mila persone all’anno. Nel complesso, circa 8mila migranti sarebbero morti per annegamento. Sono, ovviamente, stime per difetto: molte sono le stragi ignote, occultate o ignorate perché troppo lontane dalle coste di destinazione.

Si tratta, peraltro, di conteggi limitati geograficamente e temporalmente: accanto alla frontiera meridionale ritroviamo quella nord-orientale, con flussi dalla Russia e dall’Ucraina, e quella sud-orientale, con ingressi da Turchia, Siria e Libano. I movimenti migratori, beninteso, sono flessibili e in continua ristrutturazione: la possibilità di indicare percorsi omogenei per gli ultimi dieci anni è il risultato di un’approssimazione fondata su una politica comune dell’occidente europeo, fondata sugli accordi di Schengen del 1995. Su questi patti di cooperazione rafforzata si basa infatti l’idea di uno spazio europeo, nel quale sia sempre più facile muoversi e sempre più difficile entrare.

Il confronto con diverse politiche “estere” non è dunque nuovo, per l’Unione Europea. Le immagini della tragedia assumono tuttavia un senso emblematico, collocandosi nell’immaginario di una realtà complessa, dilaniata da una radicale eterogeneità socioeconomica e dai suoi riflessi in campo politico. Il bisogno di una risposta unitaria di fronte all’emergenza si scontra infatti con la necessità di mediare interessi differenti. L’unione più o meno formale – certamente non sostanziale, culturale e politica – dei paesi europei non può nulla contro la struttura geografica e antropologica del Mediterraneo, da sempre gravitante attorno alle penisole iberica, italiana e greca. Il trattato siglato a Maastricht nel ’92 è in effetti l’esito di una storia politica secolare, che affonda le sue radici nell’imperialismo romano e arriva fino alla Comunità Economica Europea del secondo dopoguerra, passando per Carlo Magno, Lutero e Napoleone. Corpo di forze ancora in fieri, l’Unione Europea è oggi una federazione di stati che tocca l’Africa e il Mare del Nord, l’Atlantico e il Mar Nero, le pianure spagnole e le steppe della Russia occidentale.

La proposta di un’azione comune, sollecitata dalla maggioranza dei parlamentari italiani, è stata portata davanti alla Corte Europea dal commissario per gli affari interni Cecilia Malmström. «Occorre una grande operazione Frontex per il “salvataggio sicuro” da Cipro alla Spagna». «L’Ue si deve impegnare di più nel salvataggio di vite umane. Noi siamo in mezzo al Mediterraneo, abbiamo salvato migliaia e migliaia di persone», chiosa poi Alfano, forse dimenticando l’antica alleanza che legava il suo partito alla Lega Nord. «Accusare la legge Bossi-Fini è una colossale sciocchezza», interviene, per l’appunto, Maroni. «Bisognerebbe invece chiedersi come ha fatto il barcone ad arrivare a pochi metri dalla riva. Quando ero ministro io mandavo le navi a pattugliare».

Le vicende degli ultimi giorni si pongono, fortunatamente, al di là di queste rivendicazioni particolari. C’è qualcosa di troppo in tutte quelle morti anonime, uno squilibrio, un annientamento che ricorda immagini belliche – che ormai credevamo espulse dal nostro eden democratico-liberale. La grande perdita sembra riarticolare, per la nostra epoca, il conflitto tra il valore infinito della vita individuale e la grandezza di movimenti scarsamente controllabili, limitatamente comprensibili, difficilmente narrabili – forse connaturati ai nuovi assestamenti di un mondo ancora lontano (e forse non meno lontano di quanto lo è da sempre, cioè infinitamente) dal trovare la pace perpetua.

In questa prospettiva, il progetto Frontex (nato nel 2005, con sede a Varsavia) rappresenta un tentativo di grande importanza. Dotato di forza militare, quest’organo dell’UE è l’affidatario del tentativo di disegno di un confine europeo, preludio di uno spazio politico (lo spazio Schengen?) ufficiale in cui un’economia già enormemente integrata possa adagiarsi senza difficoltà. Il percorso è lungo, e forse nemmeno auspicabile. Ad ogni modo, noi siamo al centro del suo sviluppo graduale. Necessariamente graduale, fra l’altro: quel tanto che basta per non risvegliare gli ultimi residui di nazionalismo in un mondo globalizzato.

In un recente intervento su Repubblica, il filosofo e politologo Giorgio Agamben ha riportato l’attenzione su un’idea di Alexandre Kojève, pensatore del secondo Novecento e funzionario statale francese. «Se unimpero latino prendesse forma nel cuore d’Europa…», si chiedeva il filosofo, cosa accadrebbe? Una volta finite le nazioni, come un tempo erano finiti i feudi, di fronte alle esigenze della strutturaeconomica e della tecnologia militare, dove si potrebbe andare? Come si potrebbe organizzare la vita comune? Certo non sulle basi di un’unità astratta, forzata, siglata da trattati: senza un sentire comune un organismo politico del genere farebbe la fine dell’esperanto. Kojève aveva intuito il discrimine culturale tra il mondo atlantico e il mondo latino, e con la sua sensibilità aveva inteso che su queste nuove frontiere (anche rispetto al contesto nordafricano, mediorentale, est europeo) non sarebbe servito a nulla mandare «navi a pattugliare».

La Germania protestante sarebbe presto diventata la nazione più ricca dell’Europa fisica, avvicinandosi culturalmente sempre più al mondo anglosassone. Soltanto un’aggregazione di nazioni, vicine nelle radici, avrebbe formato un impero tanto forte da potersi dichiarare neutrale nei successivi scontri tra gruppi sovranazionali. Non c’è bisogno, qui, di richiamare immagini di guerre e monarchie: l’impero latino sarebbe stato tale proprio in quanto aperto al Mediterraneo. E se l’impero oggi non c’è, di certo ci sono coercizione e trasferimento di sovranità. Non è allora meglio pensare a questa forza almeno consapevolmente unita, piuttosto che all’attuale agglomerato di istanze e interessi contrapposti?

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