La Nascita del Papato

Scrive Claudio Rendina ne I peccati del Vaticano (Newton Compton 2009) al capitolo dal titolo Falsa testimonianza:

La Chiesa di Roma è «madre e capo di tutte le chiese»

Le leggende intorno a Pietro, riconosciute dalla Chiesa di Roma come storie vere in riferimento a luoghi e reliquie considerati sacri, dando credito al fatto che Pietro, il primo degli apostoli, su nomina di Gesù, sarebbe stato alla guida della comunità della città, legittimano di conseguenza il primato del vescovo di Roma, e identificano in quella dell’Urbe la chiesa-madre del cristianesimo. È quanto si legge nell’iscrizione incisa sul fronte della basilica del Laterano, la cattedrale di Roma: «Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput», ovvero «madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo». Ed è un autentico falso.
La nascita della Chiesa di Roma risalirebbe all’origine della stessa comunità apostolica istituitasi nella capitale dell’Impero Romano come ekklesia – termine utilizzato anche nei vangeli come traduzione dell’ebraico qahal, che nella Bibbia designa l’assemblea di Dio – sotto la guida di un “episcopo”, parola derivante dal greco episkopos, che designa un sorvegliante, da cui il termine “vescovo”. E il primo vescovo sarebbe stato Pietro, riconosciuto ancora oggi come il primo papa. In realtà la Chiesa di Cristo nasce all’insegna di uno spirito popolare, ovvero democratico, che si costituisce intorno alla figura dei suoi apostoli, senza una autorità dominante, considerandola una comunità di cristiani uguali come fratelli e sorelle, senza una gerarchia che faccia capo a un apostolo o discepolo come “roccia”. Oltretutto gli apostoli che formano le chiese non sono soltanto i dodici originali, ma i primi affiliati di quelli, qualificati come predicatori e fondatori delle comunità, senza che per questo siano considerati dei “capi” ovvero dei “ministri”, ma piuttosto come “servitori”, che è la traduzione del termine diakonoi, in linea con il concetto espresso numerose volte dallo stesso Gesù: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo» (Matteo 20,26; Marco 10,43 e Luca 22,26). Non esiste quindi nella Chiesa originaria una gerarchia di valori tra i suoi predicatori e fondatori, ma una democratica opera di servizio; di gerarchia oltretutto si parla solo dal VI secolo a opera di un teologo che si maschera dietro il discepolo di Paolo, Dionigi, qualificato come lo Pseudo-Dionigi, che conia per primo il termine “ierocrazia”, per significare la gestione del potere da parte della santa casta.
In particolare l’assemblea religiosa romana sorge a immagine di quella costituitasi per prima a Gerusalemme come comunità successiva alla morte di Gesù e in riferimento a lui, che non l’aveva fondata; e quella di Gerusalemme viene riproposta in diverse comunità locali, che tutte insieme costituiscono una comunità completa, ovvero la Chiesa universale o cattolica. È Gerusalemme «madre e capo» della prima cristianità, almeno fino alla sua distruzione nel 70, così che «la storia della comunità primitiva non è storia di romani o greci, ma piuttosto storia di ebrei che», come ha osservato il teologo Hans Kung, «trasmisero alla chiesa nascente lingua, idee e teologia ebraiche, lasciando così un marchio indelebile sull’intera cristianità». E ancora, i giudeo-cristiani, dopo la morte del protomartire Stefano, riparano ad Antiochia ed è nella terza città dell’impero che si costituisce la prima comunità cristiana mista a ebrei e pagani; così l’espressione «chiesa cattolica» viene usata per la prima volta intorno al 90 dal vescovo di Antiochia Ignazio, succeduto a Pietro, nella sua Lettera alla comunità di Smirne. E ad Antiochia nella seconda metà del II secolo si costituisce appunto il kleros, che significa “sorte” e indica un gruppo scelto “a sorte” da Dio per definire la comunità ecclesiastica: che costituisce in effetti la prima gerarchia di una chiesa. A capo della quale è un episkopos, ovvero un “episcopo”, in funzione di supervisore e sorvegliante, dal quale deriva il “vescovo”, che presiede le funzioni liturgiche e amministra il battesimo. Guida un collegio di presbyteroi, che sono gli “anziani”, termine da cui deriva quello di “preti”, che celebrano l’eucarestia e guidano i catecumeni al battesimo. E ci sono i diakonoi in funzione di “servitori” che curano l’amministrazione.  Un simile kleros si costituisce a Roma solo a metà del II secolo con il vescovo Aniceto. Prima di allora nelle fonti antiche non c’è menzione di un vescovo a capo della Chiesa di Roma; ed è una falsa testimonianza «la più antica lista di vescovi romani, scritta da Ireneo di Lione, secondo cui Pietro e Paolo avevano trasmesso il ministero episcopale a un certo Lino», come ricorda Hans Kung, perché è «una ricostruzione del II secolo». E solo sotto il vescovado di Callisto I che la Chiesa di Roma può vantarsi di raggiungere un kleros che possa accreditarla come «capo» di tutte le Chiese, almeno per la sua struttura, mentre «madre» non può ormai esserlo. Con Callisto il kleros romano registra l’aggiunta di suddiaconi, accoliti, esorcisti, lettori e ostiari, tanto che si arrivano a contare centocinquantacinque chierici. Forte di questo Callisto si attribuisce un ruolo “monarchico”, come ha sottolineato lo storico tedesco Bernhard Schimmelpfennig, anche se «non lo giustificò ancora con la successione petrina». Infatti avendo permesso matrimoni tra donne nobili e schiavi cristiani, «che potevano ingenerare problemi nella vita civile, come il pericolo dell’aborto, la prevenzione del concepimento e l’esclusione dei figli dall’eredità… limitò il numero dei cosiddetti “peccati mortali”… e si riservò l’assoluzione di un tal genere di peccati». Accade, in sostanza, che il capo della Chiesa di Roma concede ai fedeli di peccare, avallando un falso con la cancellazione di alcuni “peccati mortali”. Peraltro la supremazia della Chiesa di Roma troverebbe una sua conferma nell’operato edilizio dell’imperatore Costantino (306-337), al quale va ascritta la fondazione della basilica lateranense, definita «Vertice e capo di tutte le chiese», dunque riconosciuta come cattedrale del vescovo di Roma, successivamente qualificata, con l’iscrizione scolpita sul fronte del portico dell’antica facciata a metà del XII secolo, come «madre e capo di tutte le chiese per decreto papale e imperiale», con relativa conferma nella bolla di papa Gregorio XI del 23 gennaio 1372 da Avignone.

A questo punto, per ciò che riguarda la nostra storia, irrompe un fondamentale documento, il Constitutum Constantini. Questo documento, suddiviso in due parti, vede nella sua prima parte il racconto della guarigione dell’imperatore dalla lebbra grazie a Silvestro I, la sua conversione e la sua professione di fede. Vi è ribadita l’autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».  La seconda parte contiene invece l’atto di donazione che Costantino fa alla Chiesa dell’Impero romano d’Occidente. Scrive Rendina:

La seconda parte è indicata come donatio, dalla quale ha preso nome l’intero documento. In essa Costantino conferisce a Silvestro I e ai suoi successori poteri di sovranità temporale su Roma, sulle province e sulle località dell’Italia, nonché il potere imperiale in Occidente. Che diventa così una proprietà della Chiesa. La donatio è presentata come conseguenza della decisione di Costantino di «trasferire il nostro impero e il potere del regno nelle regioni orientali e di edificare in un ottimo luogo nella provincia di Bisanzio una città con il nostro nome e di stabilirvi il nostro impero». Anche perché «dove è stato costituito dall’imperatore celeste il principato dei presbiteri e il capo della religione cristiana, non è giusto che in quel luogo l’imperatore terreno abbia potere». È sottinteso che il papa, sovrano spirituale della Chiesa e temporale dei territori italiani che costituiranno lo Stato Pontificio, non gestirà mai il potere imperiale, ma potrà assegnarlo a un sovrano laico cristiano che ritenga adatto; il quale avrà la funzione di difensore dei territori della Chiesa, e sarà pertanto incoronato imperatore come “unto del Signore”, di quello che sarà definito il Sacro Romano Impero. È una legge sacrosanta, che sarà applicata per la prima volta il 25 dicembre del 799/800 con l’incoronazione di Carlo Magno a opera di Leone III, e immortalata a futura memoria nel mosaico del Triclinio nel palazzo del Laterano. […] E per sette secoli i sovrani d’Europa si contenderanno l’unzione imperiale, in un susseguirsi di guerre rivolte anche contro i papi. […] Il papa ha il potere di assegnare il titolo imperiale a chi egli ritenga adatto, secondo il suo insindacabile giudizio, perché quell’impero appartiene alla Chiesa di Roma.

Bella questa storia vero ? Ha un solo grave difetto: E’ FALSA ! E’ stata spacciata per vera per 7 secoli dalla Chiesa che l’aveva fabbricata finché un umanista, Lorenzo Valla (1406-1457), non dimostrò che era appunto falsa. Questo falso documento fu presentato per la prima volta dal Papa Stefano III a Pipino il Breve per chiedergli aiuto contro Astolfo, Re dei Longobardi, nel 754. E Pipino in cambio di titoli ecclesiastici (e con il figlio Carlomagno che divenne Capo del Sacro Romano Impero), donò a Stefano III (768-772), per mezzo del suo legato Fulrado, abate di Saint-Denis, le province dell’Esarcato e della Pentapoli, sottratte ad Astolfo. Quelle terre gli spettavano secondo la donazione.

Nel 1440 uno studioso di grande levatura ed assistente papale, Lorenzo Valla (giudicato eretico)(9), frugando negli archivi vaticani, scoprì che si trattava di un falso dimostrandolo prima al pontefice e poi … e il poi venne solo nel 1517 con la pubblicazione del libro De falso credita et ementita Costantini donatione che ne parlava anche se la Chiesa continuò a negare fino al XIX secolo. Due prove evidenti del falso come dimostrato da Valla sono: all’epoca della pretesa donazione il Vescovo di Roma (il termine Papa venne molto dopo) non era Silvestro ma Milziade (l’attribuzione a Silvestro I del miracoloso intervento, cui seguì la donatio, si giustifica con il fatto che in realtà questo vescovo di Roma fu proprio un uomo di paglia di Costantino, il quale si considerava al di sopra della Chiesa, “vescovo dei vescovi”, secondo una definizione popolare accreditata dalla sua presidenza nei concili di Arles del 314 e di Nicea del 325, assemblee episcopali alle quali Silvestro I non fu presente). La città di Costantinopoli non esisteva perché si chiamava Bisanzio ed al massimo Nuova Roma. Lo scritto era in un latino volgare e non il classico in uso nella corte imperiale di Bisanzio.

La pratica dei falsi nella Chiesa (tra i quali una lettera di Gesù !) è durata molti secoli (e chissà cosa accade ancora …). Il massimo rappresentante delle falsificazioni fu Papa Gregorio VII che mise su una vera e propria impresa diretta da Anselmo da Lucca, che forniva e fornirà documenti falsificati appropriati per ogni futura azione intrapresa dai pontefici. Intorno al 1150 il monaco benedettino Graziano riordinando i documenti vaticani scoprì che su 324 citazioni di affermazioni di Papi dei primi quattro secoli soltanto 11 erano autentiche. Se si confronta questo con le intercalazioni ad hoc nei Vangeli alle quali ho accennato si capisce che tipo di organizzazione delinquenziale si era creata ai vertici della Chiesa.

La donazione di Costantino sarebbe avvenuta il 30 marzo 315, vera vergogna che da sola basterebbe a gettare nella spazzatura i pretesi continuatori del messaggio di Cristo. Il  falso documento raccontava la storia commovente di come Costantino contraesse la lebbra e, mentre i preti pagani gli avevano suggerito di riempire una fontana appositamente costruita con il sangue di infanti, al fine di immergersi e guarire, cosa rifiutata dall’imperatore commosso dalle lacrime delle madri, gli fosse capitato di sognare Pietro e Paolo che gli imponevano di consultare papa Silvestro, allora rifugiato sul monte Soratte. La tecnica criminale di agire sul letto di morte era già allora pratica dei cristiani e si inventarono un atto ufficiale in cui Costantino dava in eredità l’Impero di Roma alla Chiesa. La Chiesa cioè buttava a mare la parte spirituale per la quale sembrava essere nata e puntava diritta al potere materiale, addirittura all’intero impero. Non a caso le gerarchie della Chiesa assunsero (e continuano) i nomi propri delle autorità imperiali, a partire da Pontefice. E non paghi dell’iconografia imperiale romana si rivolsero a quella dei faraoni egiziani con quel copricapo che ancora oggi ammiriamo e che solo al Museo del Cairo ritroviamo.

Il falso documento(10) diceva tra l’altro le cose seguenti:

“In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare ed onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo…. Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le provincie, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali.”

Costantino diede anche una spiegazione, fino ad allora assolutamente inedita, del perché avesse tenuto per se l’Oriente. Lui desiderava che Roma, dove la religione cristiana era stata fondata dall’Imperatore del Cielo (Cristo), non avesse rivale alcuno sulla terra. La Roma pagana abdicava a favore della Roma cristiana.

Questo falso mi è servito, tra l’altro, per introdurre una sequela di falsi che la Chiesa ha costruito per definire l’ordine temporale con cui si sono succeduti i Papi a partire da Pietro. Di questo già parlava Rendina situando il primo vescovo di Roma, Aniceto, alla prima metà del II secolo. Tal Aniceto, secondo la più antica cronologia della Chiesa stilata tra il 180 ed il 185 nell’Adversus haereses da Ireneo di Lione, originario di Smirne, (130-202) sarebbe stato l’undicesimo Papa, quello che regnò dal 157 al 168. Prima di lui i Papi inventati sono: Pietro (33-67); Lino (68-79); Anacleto I (80-92); Clemente I (92-99); Evaristo (99-105); Alessandro I (105-116); Sisto I (117-128); Telesforo (128-138); Igino (138-142); Pio I (142-157); a cui segue appunto Aniceto (157-168)(11). Ireneo, il falsificatore, aveva il fine di mostrare la verità della Chiesa nella successione dagli apostoli del massimo rappresentante della Chiesa di Roma. “La tradizione degli apostoli, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi… (Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo” (Adversus haereses, III, 3,1: PG 7,848). La successione apostolica è quindi per Ireneo la garanzia del perseverare nella parola del Signore e si concentra poi su quella Chiesa fondata in Roma dagli Apostoli Pietro e Paolo. E’ l’inizio ufficiale dell’affermazione della Tradizione che ha maggiore rilevanza delle Scritture, come già accennato. Continua Ireneo: “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità, è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata…” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG 7,848). Ed ancora: “Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità” (ib., III, 3, 3: PG 7,851). L’operazione politica di Ireneo riuscì perfettamente. Leggiamo cosa scrive in proposito Deschner [2]:

Pietro non fu né il primo Vescovo di una presunta successione apostolica né, tantomeno, il primo Papa. Proprio a Roma la carica episcopale monarchica si impose piuttosto tardi, nella quarta o quinta generazione cristiana, e in ogni caso allora, verso la metà del II secolo, nessun membro della Comunità era al corrente della sua istituzione da parte di Pietro, se è vero com’é vero che ancora alla fine del secolo a Roma egli non veniva posto nel novero dei Vescovi. Ma verso la metà del IV secolo si affermò ch’era stato Vescovo di Roma per venticinque anni. E oggi un bestseller cristiano diffuso in tutto il mondo sostiene che saremmo in possesso di tavole votive e di monete con l’iscrizione «San Pietro, prega per noi», risalenti al I secolo: è una pura e semplice invenzione(12).
Nell’arte protocristiana Pietro emerge con una certa evidenza solo nel IV secolo, ma tutto ciò non scompone i moderni seguaci di Cristo, i quali traggono conclusioni sul carattere «di quest’uomo imponente, al quale Gesù promise le chiavi del Regno dei Cieli» sulla base di una statua risalente al XII secolo !

La lista dei Vescovi di Roma

Gli anni dei singoli episcopati calcolati fino al 235 sono del tutto approssimativi, e quelli riferiti ai primi decenni sono assolutamente arbitrari.
Il più antico elenco a noi noto dei vescovi romani, l’annuario ufficiale crei Papi, cita quale primo Vescovo un certo Lino, al quale Pietro e Paolo avrebbero trasmesso l’incarico dell’ufficio episcopale. In seguito Pietro passò al suo posto e Lino venne retrocesso al secondo posto; ma questo elenco papale, il celebre Liber pontificalis [di anonimo del VI secolo], è dubbio tanto quanto la lista alessandrina e antiochena dei vescovi: infatti fu messo insieme intorno al 160 e per di più da uno straniero, il cristiano d’Oriente Egesippo, il che prova che nella Comunità romana non ci si preoccupava affatto di questa tradizione. Persino taluni dotti cattolici devono ammettere che nella prima parte, quella più antica, il libro pontificale è «inattendibile e povero di informazioni». Lo storico Johannes Haller definisce la lista dei Vescovi romani un’elencazione di nomi, dei cui titolari sappiamo solo che in massima parte non erano proprio ciò per cui vengono citati, cioè Vescovi: una contraffazione che non offre nulla all’attenzione dello storiografo.

[…]

Anche l’evoluzione storico-linguistica del titolo di Papa svela l’illegittimità del primato romano 

L’evoluzione linguistica del titolo papale segue di pari passo quella della Chiesa e mostra altresì come il Vescovo romano divenne una specie di sovrano assoluto da primus inter pares qual era.
Il termine Papa (papa = padre)(13), titolo onorifico di tutti i Vescovi a partire dal III secolo, restò in uso sino alla fine del primo millennio. Per distinguere il «Papa» dagli altri «Papi» fin dal V secolo si usò solitamente l’espressione «Papa della città di Roma» oppure «Papa della Città Eterna» o ancora «Papa romano». Poi però si cominciò ad attribuire al «luogotenente di Pietro» – locuzione coniata soltanto nel V secolo – il predicato di Papa senz’altri attributi, che le stesse autorità ecclesiastiche romane, per altro, usarono piuttosto raramente fino al VII secolo. Cominciarono ad autodefinirsi regolarmente così solo dalla fine dell’VIII secolo, e con l’inizio del secondo millennio il termine «Papa» diventò prerogativa esclusiva del Vescovo di Roma: Gregorio VII nel suo Dictatus Papae sostenne con parole altisonanti che il titolo di Papa era unico e che perciò doveva essere esclusivo del Pontefice romano. In realtà esso fu caratteristico dei vescovi per parecchi secoli e il Patriarca di Alessandria ancor oggi si fregia del titolo ufficiale di «Papa».
La Chiesa Cattolica utilizza la finzione della tradizione apostolica e del primato petrino per poter legittimare la politica imperialistica dei Papi ignorando però che la parola d’ordine di Gesù non fu «dominare», bensì «servire», e che tale concetto caratterizzò tutta la sua predicazione la quale, d’altra parte, è in contrasto stridente con l’intera prassi del Papato.
Ma i Papi non si limitarono a giustificare le pretese di primato servendosi del passo spurio di Mt. (16, 18), ma agitarono anche (ci limiteremo qui ad alcuni cenni) tutta una messe sterminata di documenti falsi, come le Decretali pseudocirilliche e pseudoisidoriane, di centinaia di epistole papali fasulle, di decreti conciliari e del Constitutum Silvestri: solo questo libercolo – scrive J. G. Herder – fu per il Papa più utile di dieci diplomi imperiali. Costituisce una delle pagine più oscure della Chiesa cattolica romana il fatto che i Papi non rinunciarono all’accrescimento del loro potere nemmeno quando era diventato chiaro a tutto il mondo – compreso quello cattolico – ch’esso era dovuto in misura non secondaria anche a queste falsificazioni.

Ho precedentemente citato l’Adversus haereses di Ireneo, come primo elenco cronologico dei Papi a partire da Pietro. Quest’opera risale alla fine del II secolo ed in origine era scritta in greco. Ebbene, nell’originale greco non compaiono i primi Papi che invece si affacciano in una edizione latina che è stata scritta in epoca estremamente incerta tra il III ed il V secolo (anche questi testi sono comunque alterati in modo pacchiano e quindi difficili da studiare con serietà). In ogni caso, con certezza, fino al II secolo (originale greco di Ireneo) non compare Pietro come Primo Papa. Solo nel IV secolo, dopo che la Chiesa era arrivata al potere con la necessità di sistemare alcune cosette ne darsi un pedigree, per la prima volta comparve Pietro come Primo Papa e neppure fugacemente ma per ben 25 anni. Già nel IV secolo si era esercitato in una falsa cronologia dei vescovi di Roma il vescovo Eusebio di Cesarea (265-340) che, non contento di questi falsi continui, ne fece anche dei vescovi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Vi fu poi il Catalogus Liberianus del 354 che riporta un elenco inattendibile di “papi” fino a papa Liberio (352-66). La fonte di questo catalogo doveva essere il citato Ireneo. Arriviamo al Liber Pontificalis del VI secolo (che fu successivamente aggiornato e che è attendibile proprio a partire dal VI secolo in poi). Un elenco cronologico dei primi 28 vescovi di Roma fu fatto anche da cinque cronisti bizantini. I punti di accordo con il Liber Pontificalis sono risultati solo 4. Si può concludere che gli elenchi di papi per i primi due secoli sono fantasiosi e privi di ogni riscontro storico. La questione si può riassumere così. Roma risultò politicamente più forte per avere il primato sulle altre 5 sedi cristiane più importanti perché 4 di esse erano in Oriente e vedevano una lotta continua tra i loro vescovi mentre l’Occidente aveva solo Roma (senza lotte con altre sedi occidentali) che aveva fama di città molto importante che intersecò la sua fortuna ecclesiastica con la caduta dell’Impero d’Occidente e l’assunzione di compiti politici. Una volta che Roma ebbe acquisito il primato, il potere religioso effettivo si fondò sempre più sulle presunte prove apostoliche e sul ricorso a Pietro (ed alle interpretazioni fasulle di Matteo) anche mediante le falsificazioni e/o intercalazioni nei testi neotestamentari. E, finalmente, nel 608 per la prima volta un vescovo di Roma venne chiamato Papa(14). L’idea fu dell’imperatore di Costantinopoli Foca, che prese il potere facendo assassinare il legittimo imperatore Maurizio I con tutta la sua famiglia. Per tale atto criminale, il vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò “Papa” (inteso come capo di tutti i vescovi) il vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della chiesa cristiana dell’epoca. Tuttavia, il vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di “Papa” diventando amico ed estimatore di Foca, che aveva intrapreso conversioni forzate di ebrei, fino al punto di erigere (con il concorso dell’esarca di Ravenna Smaragdo) una colonna dorata in suo onore nel Foro Romano. L’assumere il titolo di Papa non fu comunque privo di feroci scontri tra vescovi di differenti regioni e la storia della Chiesa (non l’apologetica) è piena di riferimenti a tali diatribe.

Un altro aspetto su cui si potrebbe misurare un qualche primato di qualcuno è la convocazione dei Concili o Sinodi dei vescovi. A parte quelli dei primi periodi che furono convocati dalle autorità ecclesiastiche più varie, a partire dal riconoscimento del Cristianesimo da parte di Costantino, i Concili non solo non erano convocati con regolarità dal vescovo di Roma ma addirittura dall’Imperatore. Ne sono chiari esempi il Concilio di Nicea del 325 convocato da Costantino con il vescovo di Roma, Silvestro I, neppure presente; quindi il 1° ed il 2° Concilio di Costantinopoli, rispettivamente del 381 e 553; ancora il Concilio di Calcedonia del 451 che un Papa ritenuto importante, come Leone Magno, fece convocare dall’Imperatore Teodosio II; … Uno storico abbastanza affidabile della Chiesa antica, Socrate Scolastico (circa 380 – circa 440), ebbe a scrivere nella sua Historia ecclesiastica: “Da quando gli imperatori sono diventati cristiani, da loro dipendono gli affari della Chiesa, e i grandi concili si tengono secondo il loro arbitrio“. D’altra parte anche i sovrani che si succederanno non avranno alcuna voglia di cedere il loro potere alla Chiesa. Restava in ogni caso una fortissima opposizione al riconoscimento di un qualche primato a Roma da parte di tutte le più importanti comunità cristiane: Cartagine, Vienna, Narbonne, Marsiglia (ognuna di queste sedi rivendicava, anche qui in modo fraudolento, la fondazione da parte di un apostolo e, rifiutando il primato di Pietro, si riteneva al medesimo livello di Roma). In queste sedi Roma non veniva neppure considerata. Ferma opposizione veniva da Milano e da tutta l’Africa dove vi erano ben 470 episcopati. Vi era un generale rifiuto di accettare il primato e con esso le decisioni di Roma. Non entrerò in queste vicende ma occorre dire che aiutarono molto la Chiesa di Roma a vincere la sua battaglia le invasioni dei barbari (Vandali in Africa, Goti in Spagna, Longobardi e Venedi nel Nord Italia, …) anche se gli scontri sono continuati per tutto il Medioevo con l’opposizione degli ortodossi e con l’irruzione delle grandi eresie che naturalmente contestavano alla radice il Papato sempre più corrotto e sempre più lontano anche dal più banale insegnamento di Gesù. Anche tra i normali cattolici l’opposizione segui per secoli. Si portava avanti la tesi che doveva essere l’assemblea dei vescovi (episcopalismo)  e non un singolo vescovo (curialismo) ad assumere le decisioni più importanti. Ebbene queste posizioni furono giudicate eretiche nel 1516 da uno dei massimi criminali tra i Papi, tal Leone X(15). Il colpo mortale ad ogni discussione in proposito venne dal Concilio Vaticano I, con quell’altro campione di Papa, Pio IX, che decretò nel 1870 l’infallibilità papale. Ma le contestazioni non finirono e continuano ancora oggi.

Si può concludere che gli insegnamenti di San Paolo e di Origene di Alessandria (185-254) sono diventati fondanti per la Chiesa. Scriveva San Paolo nella Lettera ai Romani (3, 7): “Ma se per la mia menzogna la verità di Dio risplende per sua gloria, perché dunque sono ancora giudicato come peccatore ?” ed aggiungeva Origene la sua teoria della menzogna economica basata sul disegno divino della salvezza. Secondo Origene l’inganno ha un’importante funzione nel Cristianesimo. La menzogna è necessaria (necessitas mentiendi) come condimento e medicina (condimentum atque medicamen).

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