Nessuno è colpevole della propria famiglia

Questa foto l’ho scattata io. 21 aprile 2012. Auschwitz.
Ho visitato tutto il campo, e l’amarezza angosciante è stata presente dentro di me ogni singolo secondo. Ho visto molte cose che mi hanno dato noia. Scarpe e capelli a quintali. I forni. Eccetera. Ma questa è la cosa che mi ha colpito di più. Una bambola rotta.
Ho cercato di reggere dentro di me per tutta la visita, ma alla vista di questa bambola sono crollato. Non so come mai. Ma dentro di me è successo qualcosa. Una frase mi è saltata nella mente all’improvviso. “Nessuno è colpevole della propria famiglia”.
L’odio per gli ebrei a quel tempo era comprensibile perché molti di loro erano ricchi e si comportavano da veri strozzini verso i più poveri. Questa è stata una delle cose per cui i popolani tedeschi hanno dato l’appoggio ad un pazzo come Hitler. Non è che erano tutti violenti psicotici. Erano poveri e disperati. Attenzione: ho scritto che l’odio per gli ebrei era comprensibile, non condivisibile.
Mi sono immaginato questo ricco ebreo padre di famiglia fare usura a qualche operaio tedesco morente nella povertà.
Ok.
Poi mi sono immaginato sua figlia. Una bambina di circa 4 anni. E me la sono immaginata quando, un paio di anni dopo, veniva portata
in un campo di concentramento. Ad Aushwithz.
E li perdeva la sua bambola.
E allora, indipendentemente da chi fosse suo padre o quale fosse la motivazione, lei… lei… che colpa ne aveva?
“Nessuno è colpevole della propria famiglia.”
Nessuna.
Nessuno è colpevole della propria famiglia.
Potrete dire “Eh ma guarda, non è detto che su padre fosse uno strozzino!”
oppure “Tutti gli ebrei venivano portati nei campi, indipendentemente dal loro lavoro!”
Ecc ecc.
Sì. Ok. Grazie. Lo so. LO SO.
Il punto è che, alla vista di quella bambola, il mio cervello ha iniziato a cercare un perché.
Perché quando vediamo qualcosa che non riusciamo a capire il nostro cervello cerca automaticamente un perché. Perché dobbiamo capire.
Il perché di tanto odio e sofferenza. Ci doveva essere per forza una motivazione. Una spiegazione logica.
E il mio cervello ha formulato quella.
“Perché suo padre era uno stronzo.”
Era la migliore motivazione che avevo trovato. Ma non è bastata. Perché lei non c’entrava niente.

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