Perché un Mondo senza armi è Possibile e Migliore

 

Dopo la strage di Newtown e le discussioni sul controllo delle armi negli Stati Uniti, la rivista The Atlantic  racconta il caso del Giappone, un paese dove raramente le armi da fuoco causano più di dieci morti l’anno e dove le leggi che ne regolano il possesso sono severissime.

L’articolo comincia parlando dalle Hawaii, dove si è sviluppata un’industria turistica piuttosto originale e dedicata esplicitamente ai turisti giapponesi. Intorno agli hotel si possono trovare numerose hostess che porgono ai turisti di passaggio dei volantini pubblicitari di poligoni di tiro, scritti in inglese e in giapponese. Una volta arrivati ad uno di questi poligoni, i turisti vengono accolti da un istruttore che parla un fluente giapponese e per qualche ora possono intrattenersi facendo qualcosa che in Giappone è praticamente impossibile: sparare con un’arma da fuoco.

Le Hawaii sono il punto dove si toccano due culture che non potrebbero avere un atteggiamento più diverso sulle armi. Negli Stati Uniti quello di possedere armi è un diritto che può essere limitato in qualche misura e viene regolato con leggi ordinarie. In Giappone invece la legge fondamentale è un divieto assoluto di portare armi, a cui, in alcuni rari e difficili casi, si può fare eccezione.

(Tutto quello che c’è da sapere sulle armi negli Stati Uniti)

Secondo l’organizzazione non governativa Small Arms Survey, gli Stati Uniti hanno la più alta percentuale di possesso di armi da fuoco per abitante al mondo (88,8 ogni cento abitanti) e la più alta percentuale di omicidi causati da armi da fuoco dei paesi ricchi. Nel 2008, quasi 12 mila persone sono state uccise con armi da fuoco negli Stati Uniti.

In Giappone ci sono 0,6 armi da fuoco ogni cento abitanti, il numero più basso di tutti i paesi occidentali e uno dei più bassi al mondo. Nel 2006 sono morte a causa di armi da fuoco soltanto 2 persone. Nel 2008 sono state 11: in quell’anno, più di 500 persone sono morte negli Stati Uniti per incidenti mentre facevano manutenzione alle proprie armi, come pulirle o togliere i proiettili.

A causa della severa legislazione, quasi nessuno possiede armi in Giappone. I turisti nei poligoni hawaiani, se fossero in patria, violerebbero tre distinte leggi: quella contro il possesso di armi da fuoco, quella contro il possesso di proiettili e il divieto di sparare. La prima di queste violazioni può essere punita da 1 a 10 anni di prigione.

Le pistole sono completamente vietate: non c’è possibilità di possederle. Per un giapponese è possibile comprare soltanto fucili ad aria compressa oppure fucili a pallettoni (quelli usati per la caccia) e non è nemmeno facile. Prima di tutto è necessario assistere a un breve corso di una giornata e passare un test scritto. Corsi e test si tengono una volta al mese. Poi è necessario affrontare un breve corso di tiro a segno e quindi superare una serie di esami mentali e sul consumo di sostanza stupefacenti.

A questo punto, se viene superato anche il test sui precedenti criminali, di associazione con criminali o con gruppi estremisti, si può possedere legalmente un’arma. Ma bisogna avvertire la polizia del posto esatto in cui si trova l’arma in casa, che dev’essere mantenuta separata dai proiettili e chiusa a chiave. Una volta l’anno viene ispezionata dalla polizia e ogni tre anni è necessario ripetere tutti gli esami di cui sopra.

L’Atlantic conclude dicendo che il sistema giapponese di controllo sulle armi è ottenuto tramite quella che molti, negli Stati Uniti, considererebbero un’inaccettabile intrusione del governo nella sfera privata: le armi, nella filosofia americana, servono anche a non consegnare allo stato il monopolio della forza, permettendo ai cittadini di difendersi senza lasciarli inermi davanti ad eventuali soprusi del potere centrale. A questo proposito, la rivista cita uno dei pochi paesi al mondo dove la popolazione possedeva meno armi che in Giappone: la Tunisia. Quando hanno rovesciato una brutale dittatura durata 24 anni, i tunisini possedevano 0,1 armi ogni cento abitanti.