Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo

Recensione del libro
“Se incontri il Buddha per la strada uccidilo”
Sheldon B. Kopp
Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1975



“Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo”.

Questo è il titolo, un po’ provocatorio, di un libro molto interessante, scritto nel 1972 da Sheldon B. Kopp, psicoterapeuta di Washington.

Ma che cosa vuol dire uccidere il Buddha ?

Uccidere il Buddha, quando lo si incontra, significa superare il mito del maestro, del guru, del sacerdote, del terapeuta; significa rinunciare al ruolo di discepolo, e assumerci la responsabilità di quello che facciamo, abbandonare l’idea che qualcun altro possa guidare le nostre scelte.

In altre parole, finché si è legati alla figura dei genitori e alla loro autorità, non si è mai veramente adulti, liberi, responsabili e realizzati.

Il guru o lo psicoterapeuta sono dei mezzi che aiutano a raggiungere se stessi, non sono il fine della nostra ricerca. Ucciderli significa riconoscere che sono strumenti di aiuto, compagni di strada che non vanno mitizzati. Essi sono figure umane importanti ma provvisorie, che ci accompagnano per un tratto della nostra vita.

Nel libro di Kopp, chi soffre psicologicamente viene paragonato ad un pellegrino, che spesso ha confuso l’atto di imparare con la vera conoscenza, per cui si mette a cercare fuori di sé un maestro, un guru, uno psicanalista.

Ciò che il paziente non sa, è che la sua vera forza è costituita dal suo desiderio di crescita.
Di questo il terapeuta deve essere consapevole.
Il terapeuta è un osservatore ed un catalizzatore. Non ha alcun potere di guarire il paziente, ma solo quello di aiutare il paziente a ritrovare le sue risorse.

Tuttavia, quello che avviene molto spesso, è il fatto che il paziente, pur sottoponendosi alla terapia, e insistendo a dire che vuole cambiare, in realtà desidera solo stare bene, senza cambiare nulla nella propria vita o nel proprio modo di pensare.

Carl Gustav Jung sosteneva che, per aiutare il paziente a ritrovare se stesso, il terapeuta ha pochi strumenti: la sua “anima”, il suo modo di vivere, la sua vulnerabilità umana. Il terapeuta deve creare un’atmosfera “di sogno”, in modo che il paziente possa abbandonare i riferimenti del mondo esterno e volgersi a se stesso.
Per questo motivo, il terapeuta deve evitare di cadere nella trappola del paziente, che cerca di costringerlo a dirgli cosa deve fare per essere felice e come deve vivere senza essere pienamente responsabile della sua vita.
Il terapeuta deve reagire fornendo immagini, parabole e metafore, usando il linguaggio poetico del mito e del sogno, evitando le risposte dirette, perché egli sa bene che:

“La via di cui si può parlare
non è la vera via
Il nome che può essere pronunciato
non è un nome costante”.
(I Ching)

In questa atmosfera il paziente “forse riuscirà a conservare soltanto ciò che è disposto a perdere” ed ancora, in un’immagine molto bella, “il paziente deve rinunciare al controllo del cavallo, ma riconoscere di essere lui stesso un centauro”.

Kopp mette poi in evidenza il fatto che, da sempre, gli uomini hanno compiuto pellegrinaggi per dare un significato alla loro vita, e che la metafora del viaggio del pellegrino: “è un ponte e mentre il pellegrino lo attraversa, il demonio cerca di afferrarlo dal di dietro e la morte lo attende all’altro estremo”.

Questo viaggio può essere affrontato “con la guida di un pellegrino di professione”, il terapeuta.
Il terapeuta trova la sua forza per aver affrontato, nel corso della sua preparazione, un viaggio nel profondo di sé stesso.

Si paragona poi l’attività del terapeuta a quella del maestro Zen, che sottopone l’allievo a dilemmi non risolvibili con la logica, per cui il paziente combatte i suoi problemi fino a quando, disperato, rinuncia oppure si arrende, e allora viene illuminato.
La vittoria più importante è arrendersi a se stessi, accettarsi, comprendendo che non esiste verità che non sia già evidente a tutti.

Il terapeuta offre al paziente soltanto ciò che già possiede e gli toglie ciò che non ha mai avuto.

Il terapeuta sa ciò che il cercatore non sa, cioè che siamo tutti pellegrini. Non c’è alcun maestro, non c’è alcun allievo.
La missione del vero terapeuta è un tentativo di liberare i suoi pazienti da lui. Il terapeuta istruisce nella tradizione di rompere con la tradizione, nel perdersi in modo da potersi ritrovare.

Per ciascuno di noi quindi, l’unica speranza risiede nei propri sforzi per completare la propria storia, non nell’interpretazione di un altro.
Devo tornare sui miei passi per trovare la strada di casa; la strada che un altro ha percorso, non mi ci porterà.

Concludo con un’altra citazione da “I Ching”:

“Nessun piano cui non segua un declivio,
nessuna andata cui non segua un ritorno
Senza macchia è chi rimane perseverante nel pericolo.”

(“Il libro dei mutamenti”, chiamato anche “I Ching” o “I King”, è forse il primo dei testi classici cinesi. La sua prima stesura viene attribuita da molti all’Imperatore Fui, che regnò in Cina dal 2852 al 2737 avanti Cristo. Successivamente si ritiene che anche Lao Tzu (circa 600 a.C.), e Confucio (circa 551-479 a.C.) abbiano contribuito a successive stesure del testo.
E’ stato definito il “libro della saggezza”; veniva e viene usato a scopo divinatorio, cioè per cercare di prevedere il futuro, per conoscere, vedere e spiegare i segni mostrati da Dio agli uomini. Il libro contiene una serie di massime di saggezza e descrizioni di situazioni. Il lettore pone a se stesso e ai Ching una domanda sul proprio futuro; poi consulta il libro con una particolare tecnica casuale, e ottiene l’indicazione.
I “Ching” sono stati studiati a lungo dallo psicanalista Carl Gustav Jung, creatore del concetto di “sincronicità” e cioè l’attenzione a quei fatti che succedono dentro e fuori di noi, senza una spiegazione razionale di causa-effetto.)

 

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